Twin Peaks 3 Recensione 03×05

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Il quinto episodio della serie procede lentamente nella trama centrale aprendo nuove linee narrative e introducendo anche nuovi personaggi alla storia. Chiarendo, finalmente, alcuni importanti quesiti irrisolti che ci eravamo posti nelle puntate precedenti.

Rivediamo infatti, attraverso una straordinaria sequenza, il doppio malvagio di Cooper detenuto in carcere, nella sua cella, che si rivela finalmente per la prima volta allo specchio, mutando e riflettendo su di esso per qualche secondo il terrificante volto di BOB, il vero artefice dell’omicidio di Laura Palmer (il compianto Frank Silva). Con il suo solito ghigno maligno ed inquietante, che riporta alla nostra memoria la vera sorgente del male che, in fondo, non ci/lo ha mai abbandonato, come confermerà il doppio allo specchio dicendo “Sei ancora con me, è un bene”.

Poco dopo infatti lo vediamo effettuare la sua telefonata, ma nonostante sia tenuto sotto controllo dallo sguardo vigile delle telecamere e del direttore della prigione, riuscirà comunque a non farsi ascoltare, deviando le immagini e creando un momentaneo Black out (attraverso il telefono, sempre per via elettrica). Dall’altra parte della cornetta, a Buenos Aires (la città in cui è scomparso Phillip Jeffries), un ricevitore di messaggi si attiva, accartocciandosi su se stesso.

Nel mentre, il disorientato agente Cooper, alias Dougie, è alle prese con la quotidianità lavorativa che lo vede nei panni di un agente di assicurazioni di Las Vegas, attratto oramai dal caffè come un ape con il miele. Interessante la sequenza nella quale l’agente, improvvisamente, attraverso una luce verde che evidenzia per un momento il suo collega, riesca a capire che quest’ultimo mente (esattamente come gli venivano segnalate le slot vincenti nel casinò). Che faccia tutto parte di un piano orchestrato dagli spiriti “buoni” della loggia? Oppure il nostro buon Dale ha sviluppato capacità speciali nei suoi anni di prigionia?

Nella cittadina di Twin Peaks invece si conclude la storyline sulle pale del dr.Jacoby, che si fa promotore dei suoi lavori per i telespettatori del suo Weblog ribelle. Vediamo poi Becky Burnett (interpretata da Amanda Seyfried), richiedere all’ansiosa madre Shelly l’ennesimo prestito di soldi per l’inutile marito cocainomane, quest’utimo incapace persino di scrivere correttamente un curriculum di lavoro. Ed è attraverso questa breve sequenza che ci sembra di rivedere la parte oscura di Laura Palmer nella neo entrata Becky, che, dopo aver sniffato coca viene assalita da un vortice di emozioni, inquadrate perfettamente dalla maestria di Lynch.

La storia poi si sposta al pentagono, dove si ricollega alla trama centrale. Infatti scopriamo, come ipotizzato, che le impronte riscontrate nelle puntate precedenti potrebbero appartenere al defunto maggiore Briggs, nello stomaco del quale, viene trovato un anello nuziale con inciso sopra “To Dougie with love,J.E.”. Infine, brevemente, vediamo violentemente entrare in scena i tanto attesi Jim Belushi e Robert Knepper, nei panni dei loschi propietari del casinò in cui ha sbancato il buon Dougie/Cooper, per poi passare per Rancho Rosa e New York dove, nella prima i killer sono ancora alla ricerca di quest’ultimo, con l’aggiunta però di un altra gang che vediamo arrivare in una berlina nera, è che sembra avere il medesimo obbiettivo, mentre nella seconda l’agente Preston nota qualcosa di strano combaciando le impronte digitali dei due Cooper.

Al Bang Bang Bar poi,al posto dei soliti titoli di coda,viene introdotto lo schizzato e oscuro Richard Horne (molto simile caratterialmente a Frank Booth, l’antagonista di Velluto Blu), protagonista della profezia del gigante nel pimo episodio, intento a passare mazzette di soldi e a molestare ragazze. Infine a differenza dei precedenti episodi, questo si conclude con il nostro buon Dale, impalato, intento ad osservare e a toccare una statua,e forse, nello specifico, qualcosa che si è lasciato dietro durante la sua fuga dalla loggia.

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