A man in the dark di Fede Alvarez – Recensione (No Spoiler)

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Dopo il re-make de La casa, Fede Alvarez, nuovamente prodotto e supportato dal padrino artistico Sam Raimi, coglie nel segno al suo opus n 2, confezionando una vera e propria chicca per gli amanti del thrilling e non solo grazie ad una notevole sapienza dialettica tra l’utilizzo dei clichè tipici del genere ed il ribaltamento degli stessi.

Il film si struttura infatti come il più classico degli home invasion, peccato però che fin da subito ne sia capovolta completamente l’ottica: lo spettatore si trova a parteggiare per dei ladri d’appartamento presi completamente alla sprovvista dalla piega degli eventi. Il proprietario di casa, un reduce di guerra cieco e pieno di soldi, si rivelerà, ed è un eufemismo, un durissimo ostacolo da superare, tanto che l’abitazione stessa finirà gradualmente per assumere le sembianze di una vera e propria trappola senza via d’uscita per i nostri (anti) eroi.

Ma chi sono questi sfortunati manigoldi? Nient’altro, in realtà, che tre ingenui giovani: la sventurata Rocky, vittima di una difficile situazione familiare, il suo ragazzo Money (nomen omen, poiché è effettivamente solo il denaro a stargli a cuore), e il più morigerato Alex, spinto al furto soprattutto dal suo debole per Rocky. Quest’ultima è, a conti fatti, l’unico personaggio ad avere una motivazione forte, il desiderio, cioè, di fuggire da una realtà desolante portando con se la piccola sorellina; l’ennesima dimostrazione di come, per raggiungere il sogno americano, non si possa che passare per la via dell’incubo. Non è un caso che la realtà desolante in questione, come spesso e ultimamente capita nel cinema made in USA, coincida proprio con quella città “fantasma” che è Detroit, simbolo (non) vivente della crisi economica mondiale. Ed in egual misura non è affatto accidentale che la meta agognata sia la California (Dream of Californication canterebbero i Red Hot Chili Peppers).

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La bravura di Alvarez sta già nel riuscire a delineare questo reticolato di relazioni, psicologie e aspirazioni in maniera vibrante e tridimensionale, estranea cioè all’appiattimento macchiettistico tipico di prodotti che si adagiano alle solite convenzioni. Basta la prima sequenza, magistrale per montaggio e funzionalità narrativa, per darcene un’idea, o meglio tre. Osservate come, nel breve furto d’appartamento che apre il film, le diverse azioni di ciascun personaggio contribuiscano fin da subito a delinearne i caratteri, dandone una descrizione non verbale molto semplice ma egualmente efficace: la pulsione (auto)distruttiva di Money, l’animo più raziocinante e ingentilito di Alex e la voglia di cambiare (e di cambiarsi) di Rocky. Una sequenza velocissima che, oltre a servirsi dello specifico cinematografico, fatto di immagini più che di parole, e di gesti che devono avere sempre il primato su qualsivoglia discorso o chiacchiera, risulta assai utile nell’ottica di una parsimonia narrativa preziosissima per un film di genere. Ci vuole poco, dunque, per arrivare al cuore dell’azione (nemmeno un quarto d’ora), eludendo in tal modo ogni rischio di prolissità.

Come detto, il film parte a razzo, condensa abilmente la presentazione dei caratteri in un primo atto repentino ma efficace per concentrare le attenzioni del pubblico in quella che è la location principale: la casa (ed essendoci dietro lo zampino di Raimi, non è una novità). Un’abitazione che assume, soprattutto grazie a traveling esplorativi della macchina da presa, una vera e propria identità, e la cui “presenza” comporta un brusca quanto necessaria frenata per Alvarez, abile questa volta nel dilatare i tempi, giocare con l’attesa, evidenziare l’aspetto claustrofobico e, di conseguenza, creare una suspance che non sarebbe azzardato definire hitchcockiana.

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Don’t breathe, recita il titolo originale, poichè “non respirare” sarà la (non) azione che i nostri saranno costretti a rispettare per evitare che il vecchio non vedente, inaspettatamente immune agli effetti del gas narcotico, si accorga della loro presenza. Un gioco al gatto col topo senza esclusione di colpi, svolte narrative sorprendenti e (quasi) sempre azzeccate, tutte giocate sulla continua impossibilità dei protagonisti di riuscire ad abbandonare la casa. A funzionare più di ogni altra cosa, poi, è probabilmente un memorabile villain che si serve di olfatto, udito e tatto per compensare alla mancanza dell’organo visivo e della conoscenza dell’abitazione e dei suoi trucchi per consentire uno scontro “alla pari” coi suoi nemici. Un personaggio coerente nella sua brutalità, di una follia sistematica, mosso da un proprio senso di giustizia che non mancherà di chiarire (una antica e torbida storia di morte e vendetta si innesterà nei meccanismi narrativi, sparigliando le carte in tavola).

Una pellicola dunque che, oltre a ricordare, per l’arditezza (sebbene più controllata) dei movimenti di macchina, il già citato Raimi, riporta in qualche modo anche ad un altro (un po’ troppo facilmente dimenticato) maestro del genere: il grande Wes Craven. La casa nera e L’ultima casa a sinistra hanno un’importanza germinale non da poco, e qui lo si nota in maniera particolare: i cunicoli e i misteri nascosti nella magione del primo incontrano qui il rape and revenge (con qualche sostanziale variazione, come detto uno dei pregi del film di Alvarez) e il capovolgimento di ruoli tra assediati e assediatori del secondo.

Insomma, non perdetevi uno dei film americani più coinvolgenti della passata stagione cinematografica, ma, soprattutto, non guardatene il trailer (decisamente inadeguato e eccessivamente rivelatorio).