Vieri Cervelli Montel – I [primo], recensione del disco d’esordio

Vieri Cervelli Montel
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Abbiamo cercato, tra tutti i possibili, il modo migliore per parlarvi del disco d’esordio di Vieri Cervelli Montel. Avremmo potuto dirvi che I è una sorta di magico carillon, capace di catturare i rumori delle memorie di istanti che si perdono all’infinito all’indietro nel tempo. O forse che è come un piccolo cristallo non necessariamente perfetto, ma assolutamente prezioso. Un cristallo plasmato dalla sapienza e dalla sensibilità di un alchimista, che incastonando un suono dietro l’altro ha creato un congegno che non possiamo toccare. Fragile e splendente, bellissimo e pericoloso.

Che è un rituale profano e la tremenda evocazione del lutto, ma che allo stesso tempo possiede, in controluce, la purezza di sguardo di un eterno bambino a cui la morte ha strappato forse troppo presto la giovinezza. Memorie personalissime e passati universali, storie intime e narrazioni collettive, mondi lontani e piccole stanze vuote.

Avremmo potuto dirvi che se IOSONOUNCANE ha deciso di produrre questo disco ovviamente non è di certo un caso. Che però non c’entra niente la Sardegna, che si intreccia anche alle origini di Vieri Cervelli Montel: resta lontana, ad incorniciare le evocazioni telluriche di Tanca. Eppure qualche gutturale bordone qui e lì lascia pensare ad una fraterna continuità; per i più maliziosi, forse all’eco di una maniera.

Ma avremmo dovuto avvisarvi che semplicemente, Vieri come IOSONOUNCANE sa fare musica. Sa scriverla, sa idearla, sa realizzarla. E soprattutto sa lasciarla andare. L’improvvisazione attraversa lo sviluppo dell’intero disco, e dalla sua storia jazzata Vieri ha imparato che l’invenzione guida la forma. Così sentiamo il fluire dell’improvvisazione dare struttura ad un brano come stanza, che si evolve secondo i principi universali della variazione e della ripetizione.

Ovviamente il Vieri jazzista esce ancora più prepotente nelle ricche armonizzazioni o nelle modulazioni stranianti, o con le sovraincisioni che moltiplicano i piani d’ascolto. Sfumano gradualmente i confini con il rumore e il silenzio, e ogni accordo maggiore suona come una piccola ma consolatoria conquista.

Vi sarete accorti quindi che Vieri è un puro cantautore. E dietro le impalcature elettroniche, sotto manti materici di suoni e rumori, si nasconde la voce nuda e cruda. Come la ascoltiamo nell’apertura del disco, spoglia di ogni altro orpello, da subito sottile ma vibrante, precisa e pulita. La voce di chi ce l’ha caccos ‘a dicere, parafrasando il dialogo tra Capuano e Fabietto in È stata la mano di Dio.

E più di un’affinità elettiva lega allo specchio queste due opere. L’una l’approdo di un grande cineasta che, dopo una cinematografia passata a ritrarre uomini il cui enigmatico passato proietta lunghe le sue ombre sul presente, torna ai suoi ricordi più personali per eternare, attraverso il cinema, la memoria dei genitori. L’altro un giovanissimo cantautore col coraggio di esordire con un concept album su quell’ultimo ricordo che si prolunga così tanto da dare spazio ad un ricordo del primo.

Perché dovevamo mettervi al corrente che i fatti narrati potrebbero essere brutali, ma che allo stesso tempo un sogno di nebbia ci avvolge sospendendo lo spazio e il tempo intorno a noi. E quindi non possiamo parlarvi di Vieri Cervelli Montel e il suo primo disco in nessuno di questi modi.

La sensazione che resta dopo l’ascolto è che di questo disco non riusciamo a parlare. O che forse non è davvero possibile parlare: tanto è personale e delicato che qualsiasi parola si fa sorda e vuota. Vieri ha infuso nel suo primo disco una tenerezza e un senso del bello non più né unici, né rari. Oseremo dire praticamente, ormai, irreperibili, scomparsi dal sentire comune.

Lo avevamo già capito quando lo abbiamo sentito in apertura al live con cui IOSONOUNCANE ha presentato IRA in esecuzione integrale al pubblico del Parco della Musica. Lui, una chitarra e una loop station erano stati il setup essenziale per presentare tre dei brani di I.

Ora che abbiamo ascoltato tutto il disco e le parole non prendono forma, alla fine restano le parole di Vieri, che invece le ha trovate.

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RECENSIONE
Giudizio complessivo
Non dico mai "squisitamente", ma forse troppo spesso "smaccatamente". Amo il cinema di due Ander(s)son: Paul Thomas e Roy. Considero i romanzi di Guillermo Arriaga imprescindibili, e vorrei che tutti capissero perché i tempi lenti di Celibidache non sono lenti, ma giusti.