Bud Spencer Blues explosion – Intervista esclusiva da parte della Scimmia

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Bud Spencer Blues Explosion

A Tu per Tu con metà del duo esplosivo!

La redazione della scimmia vi porta alla scoperta di uno dei gruppi più interessanti ed energici nel panorama musicale italiano: i Bud Spencer Blues explosion. La band, in realtà un duo, è composta da Adriano Viterbini alla chitarra e Cesare Petulicchio alla batteria. Tanta esperienza per i due musicisti romani, che insieme creano un’aura musicale magica. Due fenomeni a livello strumentale, che vi consigliamo di ascoltare e scoprire, partendo da questa intervista.

Ciao Adriano, vorrei cominciare con qualche domanda piuttosto formale. Come vi siete conosciuti tu e Cesare? E che tipo di formazione musicale avete? Perché devo dire che strumentalmente parlando siete fenomenali.

Io e cesare ci siamo conosciuti nel 2005. Io ero stato in America in vacanza e avevo visto un concerto dei Black Keys, quando ancora non erano famosi. Tornato in Italia mi sono detto che piacerebbe anche a me fare un gruppo in due, blues con quell’attitudine là. In quel periodo lì avevo una ragazza e frequentava tutto un gruppo di amici lì a Roma, in quel gruppo di amici c’era pure Cesare e in quel momento mi venne in mente di chiamare lui per provare a sperimentare questa cosa.

E niente ci chiudemmo in sala e ci trovammo in sintonia subito per quanto riguarda il rock, l’attitudine, i suoni, l’evoluzione della musica. E abbiamo cominciato a scrivere un po’ delle nostre prime canzoni, nella nostra modalità che non era però poi così blues, era molto più rock, un’attitudine un po’ più muscolare. Abbiamo cominciato a fare i primi concerti, poi è andata com’è andata. Diciamo che noi come musicisti siamo sempre stati molto curiosi, Cesare con la batteria ha sempre curato i suoni, ha sempre curato la performance di per sé, proprio lo studio della tonalità, come inserire la batteria in un mondo musicale.

Diciamo che c’era una volontà di sperimentazione quindi

Si, noi come gruppo abbiamo la prerogativa di sperimentare, nella propria musica. Nel nucleo dei Bud Spencer Blues explosion una cosa importante ogni volta che facciamo un disco è di portare comunque un’esperienza sempre da un’altra parte, e quindi cercare di dare alla gente che ci ascolta sempre un prodotto curioso, figlio di una sana curiosità per la musica. Con gli elementi che ci piacciono, che ci eccitano musicalmente.

Io poi ho avuto la fortuna di essere un musicista estremante curioso e duttile, ho suonato in tante situazioni diverse con musicisti diversi. E quindi questa è un’attitudine che probabilmente è anche la nostra cifra stilistica. Nel gruppo riusciamo a portare quell’attitudine, e forse è questa la cosa che ci rende un po’ speciali rispetto agli altri.

Quindi però voi siete autodidatti?

Noi si, diciamo che abbiamo studiato per conto nostro. Siamo molto appassionati.

E qual è la musica che più vi appassiona allora? Oltre i Black Keys, quali sono gli artisti e i generi che hanno maggiormente influito sul vostro modo di fare musica?

Guarda, sicuramente il rock è stata la cosa più importante. Però poi abbiamo ascoltato veramente di tutto, poi crescendo siamo stati veramente figli della curiosità. Ogni volta che c’è qualcosa di musicalmente interessante cerchiamo di seguirlo. E soprattutto se c’è poi qualcosa che ci fa vibrare. La musica richiama proprio quel tipo di esperienza lì e noi cerchiamo semplicemente di seguirla. Da ragazzini chiaramente ascoltavamo di tutto, io mi ricordo che facevo il liceo e ascoltavo dall’hardcore a Ligabue, non ho mai avuto troppi paletti. Poi questo essere duttile insomma me lo ritrovo tutt’oggi, senza essere inibito musicalmente.

“Vivi muori blues ripeti” è il vostro quarto album, uscito dopo ben 4 anni di distanza dall’ultimo. Cosa è successo in questo tempo? So che avete suonato molto per conto vostro o con altri artisti.

Si, in questi 4 anni è successo che per esempio Cesare ha suonato con Motta, ha registrato 2 dischi ed è andato in tour, e chiaramente ha fatto tante altre esperienze. E io ho fatto altre esperienze, ho suonato con una musicista africana che si chiama Rokia Traore, ho suonato con Bombino, ho fatto il disco con Emma Marrone, ho suonato con Claudio Baglioni, ho fatto del jam session con Giulio Favero. Diciamo che non ci si ferma mai, quella è la costante della nostra esistenza musicale, anche perché è il nostro lavoro.

Penso sarà cambiato qualcosa in questi 4 anni, siete maturati. In quest’ultimo album si avverte anche un cambio di sonorità rispetto a quelli precedenti.

Si, beh questo disco l’abbiamo fatto con un produttore, che è Marco Fasolo, leader dei Jennifer Gentle, quindi ci siamo un po’ rimessi a lui su quella che doveva essere la decisione finale. È uscito un disco molto soul, molto morbido rispetto a quelli che abbiamo fatto in passato.

Però allo stesso tempo molto contemporaneo, perché ha una chiave di lettura fresca, i testi di Davide Toffolo lo rendono comunque tutto un po’ più magico. Credo che se le cose ci stiano andando bene oggi è anche perché le abbiamo lavorate in una modalità non ripetitiva ecco.

Com’è stata la collaborazione con Toffolo e Umberto Maria Giardini?

È stato bello, perché quando lavori con chi sa usare le parole in quel modo lì ti accorgi che aiuta proprio la musica stessa. Se una persona può portare la percezione di quello che fai all’80%, con le parole giuste arrivi proprio al 100%. Era proprio quello che ci serviva in questo momento, far si che musica e parole potessero avere lo stesso livello.

Quindi potremmo definire, quest’album un po’ un punto di svolta per voi. Quali sono le emozioni e le idee che volevate inserirci?

No, questo disco per noi rappresenta un altro disco dove abbiamo cercato un po’ di evolvere noi stessi, e proiettarci verso quello che ci sarà dopo. Non rappresenta un tassello fondamentale, fa parte di un percorso. Poi magari fra 10 anni te lo saprò dire, quando mi guarderò indietro. E’ un bel lavoro, sono contento, mi piace ascoltarlo. Cosa che mi viene sempre un po’ difficile. Ogni volta che lavoro ad un disco non riesco ad ascoltarlo, invece questo mi piace.

Dicevi che è anche un disco più morbido, ma anche più sensuale, forse urgente. Sentivate la necessità di lavorarci. Raggiunge anche un equilibrio tra musica e testi.

Bravo, c’è questo equilibrio che è più naturale e probabilmente proprio la lavorazione, com’è stato scritto. Abbiamo scritto questo disco d’inverno, in un posto freddo e invece il risultato è tutto il contrario, è molto caldo, per niente difficile, è facile, immediato. Sicuramente questi sono gli aggettivi più adatti a descriverlo.

E qual è il singolo estratto da questo disco al quale sei più legato? Quello che ti piace di più?

Guarda, a me piace tanto Io e il demonio che abbiamo fatto insieme a Davide Toffolo. Mi piace proprio perché è un brano che abbiamo deciso di fare il giorno prima di farlo. Non era programmato, quelle sono le cose migliori. Mi piace quando si può lavorare con persone con cui si possano prendere decisioni anche all’ultimo. Molto spontaneo.

Voi nascete come band da palco, siete più proiettati per i concerti, per il rapporto diretto con il pubblico. Il 1° giugno comincia il vostro tour estivo, al Biopark del Biografilm festival a Bologna. Dopo tanta esperienza, quali sono le sensazioni di ritrovarsi ancora una volta difronte a tanti fan?

La sensazione è sempre un po’ di tensione. Perché quando suoni davanti a tanta gente la devi far divertire. La mia è una tensione però un po’ pro-attiva, nel senso che cerco di arrivare sul palco e ricordare tutte le parole, di non sbagliare e soprattutto mi voglio divertire. Far si che queste cose funzionino mi porta sempre un po’ di tensione. Ma non vedo l’ora di iniziare questo tour estivo e aiutare la mia band a crescere un po’ di più rispetto a quello che abbiamo fatto negli anni precedenti.

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