99 Homes – Recensione film Netflix

Spesso alcuni film terribili ottengono grossi finanziamenti, tanta pubblicità, e finiscono in tutti i cinema d’Italia (e non solo) con la prospettiva di sbancare al botteghino. Mentre altre volte film meritevoli hanno poco charme, tanta potenzialità, scarsa liquidità e finiscono nei meandri dell’home video, dove trascorrono il resto della loro esistenza in sordina.
99 Homes, di Ramin Bahrani, appartiene proprio a quest’ultima categoria: arrivato nella sezione ufficiale al Festival di Venezia nel 2014, fu oggetto di trattative e accordi da parte della Lucky Red che tanto avrebbe voluto portarlo nelle nostre sale. Tuttavia qualcosa andò storto, il Festival finì, e del film non si seppe più nulla…
Fino a quando Netflix sbarcò in Italia e ne acquisì i diritti (con nostra grande gioia).
Ciononostante, anche se da più di un anno fa parte del nostro catalogo, 99 Homes continua tristemente a rimanere ancora nella sua misera sordina.

Composto da un eccellente cast (che non tradisce la sua fama e regala splendide performance) con Andrew Garfield, Michael Shannon (entrambi candidati agli Oscar di quest’anno) e Laura Dern, 99 homes si getta nel dramma americano più sociale e disperato: lo sfratto, lo sfruttamento e la disperazione. Dennis Nash è un Andrew Garfield padre di famiglia, che deve cercare di sbarcare il lunario con figlio e madre sulle appesantite spalle. I suoi sforzi, però, sono vani: l’agente immobiliare Rick Carver a.k.a. Michael Shannon si fa accompagnare dalla polizia per sfrattare Dennis e occupargli la casa. La soluzione per poter sopravvivere? Lavorare proprio per l’uomo che ha fatto a pezzi la propria vita affidandosi ad una speranza di normalità: Dennis imparerà a sfrattare famiglie, vite e progetti con ogni mezzo, soluzione e astuzie, senza guardare in faccia nessuno.

99 homes è un film poliedrico, che riesce a mantenere lo spettatore in uno stato di tensione (empatica ma anche adrenalinica) con delle premesse, e dei mezzi, in realtà molto semplici – ma perfettamente gestiti. Così, vedere il primo cambiamento di Andrew Garfield che da sfrattato diventa sfruttatore, mentre al contempo un grandissimo, quanto geniale, ributtante e antipatico, Michael Shannon svela le falle con cui frodare il sistema e i mezzi con cui approfittarsene dei deboli, mantiene lo spettatore incollato alla sedia come neanche alcuni thriller riescono a fare. In questo modo il messaggio del film e le problematiche reali che esso intende mostrare emergono d’impatto, diventando subito chiare e sentite. Tuttavia, quella che è la parte più umana del film, in cui il regista cerca di dare una speranza al vortice di disperazione che si nasconde nella realtà di un ormai infranto sogno americano, diventa decisamente più debole. Se infatti per tutta la prima metà della pellicola la cruda verità di squali, approfittatori e magnati fraudolenti risalta e colpisce proprio in virtù della sua stretta quanto drammatica correlazione con la realtà, il momento in cui le carte in tavola si ribaltano assume aspetti artificiosi, ridondanti e assolutamente estremizzati – portando ad un finale forte, ma in fin dei conti apatico.
Comunque, un film da recuperare. E, per chi lo avesse già visto, anche da rivedere.

Se volete recuperare lo scorso appuntamento con la nostra rubrica di film in sordina, andate qui.

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