I Grandi Classici – Balla Coi Lupi, di Kevin Costner

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BALLA COI LUPI

Di Kevin Costner (1990, USA)

Gli anni ’90 si aprono con un impronosticabile ritorno al successo di un film western. A trionfare agli Oscar è Balla Coi Lupi, diretto e interpretato da Kevin Costner al suo primo lavoro dietro la macchina da presa, che si porta a casa ben 7 statuette su 12 nominations (miglior film, miglior regia, migliore sceneggiatura non originale, migliore fotografia, miglior montaggio, miglior sonoro, miglior colonna sonora).

Il regista, molto legato al genere, successivamente dirigerà altri due film affini al genere: nel 1997 L’Uomo Del Giorno Dopo, un ibrido in bilico tra western e fantascienza post-apocalittica, nel 2003 invece un western vero e proprio Terra Di Confine – Open Range. Inoltre ha girato diverse scene di Waterworld (1995), diretto dal suo regista di fiducia, Kevin Reynolds.

Sinossi:

In America, nel bel mezzo della guerra di secessione, il tenente John Dunbar (Kevin Costner) decide di isolarsi, andando a vivere nell’avamposto più remoto dell’esercito nordista, Fort Hayes.
Al di là del confine vivono i Sioux, tribù con cui John cerca subito di comunicare. Immerso nella natura e imparando a conviverci armoniosamente, egli apprezza e stima la spiritualità dei nativi. Dopo i primi approcci, diventerà uno di loro, schierandosi contro gli eserciti nordisti e sudisti.

Il film, visivamente molto classico, è una rilettura, dalle tonalità più epiche, del western revisionista anni ’70 della Nuova Hollywood. I modelli di riferimento sono chiaramente Soldato Blu di Ralph Nelson (1970), Piccolo Grande Uomo di Arthur Penn (1970), Corvo Rosso Non Avrai Il Mio Scalpo di Sidney Pollack (1972), Uomo Bianco Va’ Col Tuo Dio! di Richard Caspar Sarafian (1971, di cui Alejandro Gonzalez Iñárritu ha fatto il remake con Revenant – Redivivo)  e Un Uomo Chiamato Cavallo di Elliot Silverstein. Soprattutto con quest’ultimo ha molti punti in comune. Oltre agli aspetti immediatamente intuibili, voglio soffermarmi su una componente presente in tutti e due i film, considerabili entrambi come racconti di formazione: i protagonisti delle due pellicole (Costner ufficiale nordista e Harris nobile inglese) sono, a livello metaforico, come bambini di pochi anni che vengono educati e cresciuti dalla famiglia (in questo caso la tribù dei Sioux). Il tenente, estrapolato dal suo mondo ordinario, di fronte ai nativi, inizialmente comunica mimando un animale, poi non riuscendo a cimentarsi in conversazioni più complesse cerca di  imparare la loro lingua, impara a vestirsi come loro, a cacciare come loro, cercando e  ottenendo la fiducia e il rispetto della tribù (come un ragazzo ormai maturo che ha guadagnato la fiducia dei propri genitori ed è pronto ad assumersi compiti di grande responsabilità), finendo per diventare in tutto e per tutto un Sioux vero e proprio: John Dumbar muore, nasce Balla Coi Lupi (nome affibbiatogli dal capotribù Uccello Scalciante).
Il film si schiera senza dubbio dalla parte degli indiani, come molti hanno detto, ma più che criticare la ferocia dell’esercito nordista (cosa che comunque non evita di fare), Costner è interessato a celebrare il lato spirituale e mistico dei Sioux. Dumbar è un tutt’uno con la natura, completamente avulso dal cameratismo e dalle rigide regole dell’esercito, è più a suo agio in mezzo a lupi, cavalli e bisonti che con i soldati, difatti la filosofia di vita degli indigeni americani richiama gli ideali solidali del branco, dove il rispetto, la cooperazione e l’onore contano più dei beni materiali.
L’esercito invece sembra proprio non capire (e non voler capire) la spiritualità e l’armonia del loro stile di vita, propenso sempre ad allargare i propri confini senza mai fermarsi a contemplare e a conoscere il proprio territorio. Sintomo di una civiltà che non è adatta alla convivenza e alla condivisione, preferendo sempre la distruzione al dialogo, con un istinto di espansione e una pulsione di conquista irrefrenabile.
La frontiera nel film è un tratto liminare, una linea di demarcazione indefinita con una natura selvaggia affrontabile da pochi eletti. Oltre questa linea vi è un non-luogo mistico non comprensibile ai più, un mondo nuovo con regole diverse, più simile alla “zona” tarkovskjana di Stalker che alle Black Hills del South Dakota.

Rispetto ai film sopra citati, Balla Coi Lupi è libero da quell’impegno sociale che caratterizzava (e a volte condensava in esso) il clima di contestazione e di protesta di quegli anni (soprattutto in un film come Soldato Blu). Nonostante le apparenze, la leggerezza del film però non è mai superficialità e la commistione tra dramma e commedia in realtà riesce a far sembrare più realistico il racconto.
L’unica pecca è la voce fuori campo (comunque giustificata), che talvolta è un po’ inutile e didascalica (forse non si è fidato troppo del pubblico di riferimento), poiché le immagini bastano e avanzano per comprendere i simboli e le metafore.

Indimenticabili alcune sequenze, in primis la caccia ai bufali, la sequenza iniziale (anche se eccessivamente pomposa, ma d’indubbio fascino visivo), la scontro finale e l’ultima inquadratura. Fotografia naturalistica e formalmente impeccabile di Dean Semler. Maestosa è l’OST del pluripremiato John Barry (vincitore dell’oscar per la miglior colonna sonora anche con Nata Libera, Il Leone D’Inverno e La Mia Africa, quest’ultimo diretto dal grande Sidney Pollack).

Esiste la versione director’s cut di 236 minuti, nettamente migliore e da un respiro più epico rispetto alla versione cinematografica di 181 minuti, comunque godibile e più ritmata.

Lo aspettiamo con il suo prossimo progetto e ritorno alla regia dopo molti anni, un’epopea western di dieci ore (che lui vorrebbe dividere in tre film o in una miniserie e di cui sta cercando i finanziamenti). L’hype non può che essere alto.

 

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