Parliamo del nuovo film di Laszlo Nemes, Orphan
A cura di Michele Scarperia
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Ecco la nostra recensione di Orphan, nuovo film di Laszlo Nemes direttamente dal Festival del cinema di Venezia
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Dopo aver ricevuto l’Oscar per il miglior film straniero nel 2016 con Il Figlio di Saul e essersi presentato con la sua seconda opera, Sunset (2018), alla 75esima Mostra del Cinema di Venezia, il regista ungherese Laszlo Nemes torna al Lido per presentare in concorso il terzo film della su carriera, Orphan. Ecco la nostra recensione.
Orphan si ambienta nella Budapest del 1957 e ha come protagonista il piccolo Andor (Bojtorjan Barabas), un bambino ebreo che ha come mito il padre, morto in guerra. La sua vita verrà sconvolta quando la madre gli presenterà l’uomo che l’ha nascosta in campagna per salvarla dall’olocausto, tutt’altra persona rispetto al padre che Andor idealizzava.
Come nelle opere precedenti di Laszlo Nemes troviamo anche in Orphan al centro la memoria e il trauma collettivo che ha segnato un intero secolo, l’Olocausto, qui però come dichiarato dal regista stesso abbiamo un’importante cenno autobiografico. La vicenda narrata è ispirata ad un sua esperienza paterna, di quando dovette affrontare sui 12 anni un pesante segreto che gli veniva celato dalla famiglia. Ed è forse proprio per questo che ci si aspettava un maggiore impatto emotivo, si perché partendo dall’unico difetto della pellicola, l’emotività manca totalmente. Per tutto il lungometraggio seguiamo Andor, in costante e schematica fuga.
Si ha la costante percezione che debba arrivare da un punto A ad un punto B e nulla di più, aggiungiamoci che la caratterizzazione del giovane non ha mai una vera e propria evoluzione, risulta tutto meno che simpatico, i rapporti (con la sua amica soprattutto) che vediamo sviluppati non trovano mai apici, e avremo un’opera nella quale è impossibile immergersi dal punto di vista emotivo.
Per una scrittura del suo protagonista non ottimale, abbiamo un impianto filmico pressoché perfetto. La ricostruzione storica è d’impatto, si ha la costante percezione di viverla quella Budapest governata dal regime comunista del 1957. La visione scenica di Laszlo Nemes è di un eleganza eccezionale, riesce sempre nel difficile compito di rappresentare scene forti legate alla religione ebraica in maniera tanto composta quanto impattante.
E regala piccole perle come la sequenza iniziale dal punto di vista del bambino che ci mostra come vede piccolo il mondo esterno, e il finale con una sfocatura sulla ruota panoramica da brividi. Impossibile non menzionare anche la maestria con cui inquadra il bravissimo Gregory Gadebois, sempre in posizione di potere, grande, grosso, forte rispetto al piccolo Andor. Viene quasi rappresentato, giustamente, come il classico cattivo da fiaba per infanti. Meno efficacie la presentazione e lo sviluppo del personaggio della madre, interpretata anche da un attrice decisamente mento carismatica.
Laszlo Nemes ci racconta in Orphan una storia classica che indaga sull’eredità intergenerazionale dell’Olocausto e della politica novecentesca in generale, e i rapporti che ha sviluppato tra persone totalmente diverse legate da traumi individuali e collettivi. Un’opera che doveva toccare le corde del cuore, ma che viene quasi sovrastata dalla sua perfezione formale, dimenticandosi del suo protagonista e privandola di qualsivoglia picco emotivo.
Che ne pensate? Andrete a vedere Orphan?