Noah Baumbach arriva alla Mostra del Cinema di Venezia con Jay Kelly, ritratto intimo di una star hollywoodiana che si ritrova a fare i conti con la vita.
Il protagonista di Jay Kelly (che dà anche il titolo alla pellicola) è interpretato da George Clooney, qui perfettamente in grado di incarnare lo stereotipo del divo che ha rinunciato a tutto pur di avere una carriera soddisfacente: non ha amici, ha alle spalle un matrimonio fallito e le figlie lo detestano. Le uniche persone ancora in grado di stargli vicino sono quelle pagate per farlo, ossia Ron e Liz, i suoi due assistenti (interpretati rispettivamente da Adam Sandler e Laura Dern).
La sua grande passione è sempre stata il cinema e per raggiungere la fama tanto desiderata ha sacrificato ogni legame. A dare una scossa a quella che sembrava una vita perfetta è l’incontro Timothy, un vecchio amico e collega. Quest’ultimo ha interpretato sempre piccoli ruoli, ma le cose sembrano andargli decisamente meglio di quanto si possa dire del nostro protagonista.
Alla soglia dei suoi sessant’anni, Jay Kelly si ritrova completamente solo e alla deriva, affascinato dalle vite degli altri e dalla loro semplicità. I dubbi lo assalgono, ma uno vince su tutti: ne è valsa davvero la pena? Cerca di recuperare il rapporto perso con le sue due figlie, ma i risultati sono disastrosi.
La più grande cerca di portarlo in terapia per aiutarlo a comprendere gli errori del passato e quanto possa essere stato difficile per lei avere un padre così ingombrante, ma allo stesso tempo assente. Presa coscienza dell’incapacità del padre di assumersi le proprie responsabilità, la primogenita decide di recidere quell’ultimo e sottile filo invisibile che sembrava unirli… e che ora è solo un cognome.
Per provare a non perdere completamente anche la figlia minore, Jay si mette in viaggio per seguirla fino a Parigi, in un viaggio che la giovane aveva organizzato insieme ai proprio amici. Questa si dimostra più comprensiva della sorella, ma alla fine deciderà di ripagare il genitore con la stessa moneta, ossia mettendolo in fondo alla lista delle priorità.
A dare il colpo di grazia al nostro protagonista saranno i risvolti negativi del viaggio in Toscana, organizzato all’ultimo per ritirare un premio che celebrerà i suoi 35 anni di carriera. Qui si renderà conto di aver perso anche l’affetto di suo padre, un padre che ora è soprattutto un nonno escluso per anni dalla vita delle nipoti e da quella del figlio che avrebbe dovuto accudirlo.
La forza di Jay Kelly si trova nella scrittura tagliente di Baumbach ed Emily Mortimer, ma anche nelle interpretazioni più che convincenti dei suoi attori. La fama di George Clooney è paragonabile a quella del suo Jay Kelly ed è anche per questo che il suo personaggio risulta così convincente agli occhi del pubblico.
La vera sorpresa – o meglio, la vera riscoperta – però è Adam Sandler, outsider che negli ultimi anni ha sempre preferito la commedia al dramma, ma ancora perfettamente in grado di farci commuovere ed essere credibile nel ruolo di Ron, manager tutto fare di Kelly.
Ron ha regalato anni della sua esistenza per aiutare Jay Kelly a realizzare il suo sogno, ma arrivato anch’egli alla mezza età, si rende conto di non aver mai dato abbastanza spazio alla sua famiglia. La moglie (interpretata da Greta Gerwig) gli è sempre rimasta accanto per affetto e per occuparsi dei figli, ma la vediamo vacillare alla richiesta di un semplice “ti amo”.
Jay Kelly non lascia spazio alla speranza e il messaggio sembra inequivocabile. Il destino degli attori che osanniamo è meno scintillante di quanto si possa pensare e la solitudine sembra inevitabile. Tutta la vita di Jay Kelly è stata scandita dai film, ma la realtà non è scandita dai ciak e non lo sarà mai.
Scrittura pungente e regia astuta si mescolano per evidenziare questo aspetto attraverso la messa in scena. I ricordi di un uomo maturo si mescolano alle scene dei suoi vecchi film, perché quelle sono le uniche immagini che resistono nella sua mente. Il confine tra realtà e finzione non sembra più così definito e questo lo trascina in una profonda crisi interiore.
Il tempo scorre per tutti e non torna indietro per nessuno. A fine giornata, si deve interpretare il ruolo più difficile e tornare ad essere se stessi. Il rischio? Non riconoscersi più davanti allo specchio e non avere alcun copione da seguire.
È alla fine del film, allora, che capiamo le parole di Sylvia Plath che avevamo visto comparire all’inizio della pellicola: “Essere se stessi è un accidenti di responsabilità. È molto più facile essere qualcun altro o nessuno”.