Parla Anna Mazzamauro
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Cinquanta anni fa arrivava nelle sale il primo film di Fantozzi, trasformando Paolo Villaggio in un’icona e consegnando ad Anna Mazzamauro un ruolo destinato a seguirla per tutta la vita: la Signorina Silvani. Un personaggio che le ha regalato notorietà immediata, ma che l’attrice oggi descrive come una dolce condanna.
Per strada, al mercato, alle Poste… mi chiamano ancora così. Se potessi, la strozzerei – confessa Anna Mazzamauro al Corriera della Sera, ricordando come quella parte l’abbia marchiata al punto da limitarne la carriera. Da allora quale regista avrebbe più potuto affidarmi il ruolo, poniamo, di Medea? Ma se lo immagina, io che insulto Giasone? La gente pensa immediatamente alla Silvani che dice “merdaccia”
Il primo contatto con il mondo fantozziano avvenne quasi per caso.
Il provino lo feci per il ruolo della Pina. Non sapevo che stavano cercando una “cessa”, così mi vestii di rosso, abito attillato. Allora fu proprio Paolo che suggerì al regista, Luciano Salce: “Questa qui è piena di difetti, ma li porta sui tacchi”. E mi presero come oggetto del desiderio fantozziano. Una che sa essere santa e dimonia al tempo stesso, una donna tragica e per questo comica
Anna Mazzamauro chiarisce subito:
Con Villaggio non eravamo amici se è quello che vuole chiedermi. E forse proprio per questo ci siamo stimati a vicenda. Sia lui che io abbiamo conservato il disincanto degli attori: mica dobbiamo essere per forza simpatici.
Di lui conserva un ricordo fatto di provocazioni e momenti sinceri:
Ho il rimpianto di non avergli detto tante cose, belle e brutte. Ma d’altra parte fu lui stesso a mettere un paletto. Un giorno venne nella mia roulotte per ripassare la parte e io azzardai: “Paolo, ma perché io e te non ci vediamo mai al di fuori del set?”. E lui rispose: “Perché io frequento solo gente ricca e famosa”. Certo, penso che sia stata una delle sue tante provocazioni, ma mica poi tanto.
Dietro la scorza cinica di Villaggio, si nascondeva una rara capacità di cogliere il talento altrui.
Andammo in tv insieme. Davanti alle telecamere fu durissimo. Quando la conduttrice, Barbara D’Urso, gli chiese come mi aveva scelta, lui rispose: “Come si sceglie un cesso”. Io allora ribattei, altrettanto cattiva: “Ma con quel cesso hai guadagnato molto”. Poi, però, quando uscimmo dallo studio televisivo si avvicinò, mi guardò con tenerezza e mi disse: “Anna, sei bellissima”.
Un complimento che per lei non riguardava l’aspetto fisico:
Quel “bellissima” non era per l’aspetto fisico, ma era per la bravura, per la mia capacità di stare nel personaggio, per il mio amore viscerale per il teatro, per il mio saper ridere delle cose, anche di quelle terribili. Lui aveva capito che io sul palcoscenico o sul set divento un’altra: mi sento sensuale, libera, sfrenata.
Oggi, a pochi mesi dall’87° compleanno, Anna Mazzamauro è ancora in piena attività:
Intanto sto ancora portando in giro per l’Italia uno spettacolo dedicato a Fantozzi dal titolo Com’è ancora umano lei. Ma soprattutto a fine novembre debutto al teatro di Tor Bella Monaca con Brava, bravissima, anche meno. Produttore Nicola Canonico, orchestra Sasà Calabrese, musiche originali di Emanuele Belloni e sul palco anche Sonia Tabacco. Tra i monologhi ce n’è uno in cui faccio a pezzi la Silvani.
La Silvani resta per lei un simbolo ambivalente:
È la mia gioia e la mia noia, perché nessun regista in seguito ha avuto il coraggio di osare e di scardinare questa gabbia. Solo Francesca Archibugi lo ha fatto, e la ringrazio, anche se poi ho rifiutato.
Ha detto no a una parte curiosa:
Ho rifiutato il ruolo di una monaca gobba: perché avevo solo tre battute. Vede, noi attori siamo davvero come ci si immagina: duri, vanitosi, cattivi qualche volta. E recitiamo, recitiamo sempre. Io sono certa che gran parte del cinismo di Villaggio fosse dovuto alla sua inesauribile tendenza alla recitazione. Però posso raccontarle una cosa bella? Al Pacino ha scelto una mia foto per uno dei suoi film in lavorazione e le dirò di più: ho fatto anche il secondo provino. Vi dico solo che faccio la parte di una mamma calabrese in cucina. Vediamo come andrà a finire, di più non posso dire.
Anna Mazzamauro racconta con naturalezza la sua sfera personale:
Ho una figlia, Guendalina, la mia vita. Ho avuto un uomo, certo, che mi è rimasto accanto per venticinque anni e poi non ce l’ha fatta più.
Cioè?
È morto
E il primo amore?
Ricordo il primo spettacolo in palcoscenico, ma non il primo amore. Aspetti, ora ricordo: era uno di quegli uomini “drammatici”. Un bel giorno allontanandosi col suo motorino, mi urlò: “Anna, ti amo ma non ti posso amare”.Misi le mani sui fianchi e gli urlai di rimando: “Ma vedi d’annattene aff…”.
Che ne pensate?