Strofe: China Town, l’ode di Caparezza alla scrittura

China Town è il brano con cui Caparezza omaggia la più grande invenzione della storia: la scrittura. Ecco la nostra analisi

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credits: YouTube/ CAPAREZZA - CHINA TOWN - Video Ufficiale - telecaparezza
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Nel 2014 Caparezza pubblica il suo sesto album, Museica, il cui terzo estratto è China Town, autentica lode che il rapper di Molfetta fa alla scrittura, definita più volte come la più grande invenzione della storia dell’uomo. In tutta la canzone l’artista pugliese mette a nudo le sue convinzioni sulla droga, al cui uso è contrario, sulla religione e su ciò che, in ogni caso, lo ha portato ad essere l’artista così verbalmente illuminato quale è.

Dal punto di vista musicale, China Town è decisamente diverso dai soliti lavori del Capa. Se infatti siamo abituati ad ascoltare brani rapidi, con me rime veloci, taglienti e dal ritmo frenetico, questa canzone è lenta, musicata quasi totalmente al pianoforte. Un’autentica ode che il rapper fa alla sua musa e che vuole omaggiare con un pezzo unico nel suo repertorio.

China Town: la spiegazione di un testo poetico e maestoso

Non è la fede che ha cambiato la mia vita ma l’inchiostro
Che guida le mie dita, la mia mano, il polso
Ancora mi scrivo addosso amore corrisposto
Scoppiato di colpo come quando corri Boston
Non è la droga a darmi la pelle d’oca ma
Pensare a Mozart in mano la penna d’oca là
Sullo scrittoio a disegnare quella nota FA la storia
Senza disco, né video, né social

Capa iniza la sua ode mettendo bene in chiaro la sua posizione sulla fede religiosa. Cosa dalla quale è evidentemente lontano e che ha invece sostituito, nella sua forza salvifica e rafforzatrice, con la scrittura. Dopo aver fatto riferimento all’attentato del 15 aprile 2013 avvenuto durante la maratona di Boston, il rapper parla dell’altro grande tema che lui contrasta in ogni occasione: la droga. Michele Salvemini spiega come ciò che lo emoziona davvero fino alla pelle d’oca non è la droga, ma è pensare a grandi compositori come Mozart che scrivono i propri capolavori sullo scrittorio senza avere bisogno di video o social. Solo una penna.

Valium e Prozac non mi calmano
Datemi un calamo
O qualche penna su cui stampano
Il nome di un farmaco
Solo l’inchiostro cavalca il mio stato d’animo
Chiamalo ipotalamo
Lo immagino magico, tipo Dynamo

Caparezza proseguendo parla anche della sua anima agitata e complessa che non può essere messa a freno dai tranquillanti ma che trova la sua pace solamente scrivendo. Solo questo gesto può riuscire a generare in lui emozioni, risvegliare il suo ipotalamo, ovvero sia la componente del cervello dedita alla creatività. Nella sua poetica il rapper vede questa parte del corpo umano quasi come uno strumento magico, un qualcosa che si potrebbe vedere nello spettacolo di Dynamo, il celeberrimo illusionista.

Altro che Freud
Ho un foglio bianco
Per volare alto lo macchio
Come l’ala di un Albatro
Per la città della China
Mi metto in viaggio (da bravo)
Pellegrinaggio
Ma non a Santiago
Vado a China Town

Il riferimento a Freud è un allusione al fatto che il grande padre della psicanalisi facesse uso di cocaina in momenti complicati, cosa che Capa rifiuta categoricamente. A lui non serve la droga, lui ha un foglio sul quale scrivere per liberare la sua fantasia e librare in volo la sua mente mentre spiritualmente va verso la città della scrittura, in un personale e intimo cammino di Santiago.

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Vago dagli Appennini alle Ande
Nello zaino i miei pennini e le carte
Dormo nella tenda come uno scout
Scrivo appunti in un diario senza web layout
(China Town)
Il luogo non è molto distante
L’inchiostro scorre al posto del sangue
Basta una penna e rido come fa un clown

A volte la felicità costa meno di un pound

Nel ritornello Capa cita un racconto presente nel romanzo Cuore di Edmondo De Amici, Dagli Appennini alle Ande, che sta a indicare un lungo viaggio. Si tratta ovviamente di una traversata spiriturale e non fisica che il cantante fa verso la sua meta, patria della scrittura e che può raggiungere solamente scrivendo, a mano su un foglio di carta, senza dunque l’impaginazione propria di un PC. Caparezza ci spiega come per lui non sia un lungo viaggio arrivato al punto della vita nel quale ha più inchiostro che sangue nelle vene tanto è fondamentale per lui scrivere. Il solo poter porre una penna su un foglio lo rende felice come un clown e con una spesa minima, giusto quello che serve a comprare l’essenziale.

E’ China Town
Il mio Gange, la mia terra santa, la mia Mecca
Il prodigio che da voce a chi non parla
A chi balbetta
Una landa lontana
Come un’amico di penna
Dove torniamo bambini
Come in un libro di Pennac
Lì si coltiva la pazienza degli amanuensi
L’inchiostro sa quante frasi nascondono i silenzi
D’un tratto esplode come un crepitio di mortaretti
Come i martelletti
Dell’Olivetti
Di Montanelli

Per Capa China Town è come il Gange (fiume indiano, sacro per gli indù), la Terra Santa (la Palestina, sacra per gli ebrei e per i cristiani), la Mecca (città dell’Arabia Saudita, sacra per gli islamici). Utilizza questi tre luoghi di culto per spiegare come, per venerare la scrittura, non ci esistono differenze. La sua meta spirituale è aperta a tutti, a prescindere dalla fede religiosa in cui si crede. Il Capa prosegue poi la sua ode spiegando come la scrittura riesce a dare voce a chi non parla o parla balbettando. Si tratta di un luogo che può apparire lontano come un amico di penna, nel qualesi può tornare bambini, come nel libro ’Signori Bambini’’ (Messieurs les enfants) di Daniel Pennac .

A China Town ci vuole pazienza, come quella degli amanuensi che trascrivevano a mano i manoscritti. La stessa pazienza che permette alla persone non in grado di esprimere i propri disagi interiori di farlo sulla carta. Quel silenzio ingombrante che appesantisce l’anima d’improvviso esplode dunque come un fuoco d’artificio, in un rumore simile ai tasti della Lettera 22, la celebrrima macchina da scrivere prodotta dalla Olivetti, fedele compagna di Indro Montanelli.

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Le canne a punta cariche di nero fumo
Il vizio
Di chi stende il papiro
Come uno scriba egizio
Questo pezzo lo scrivo ma parla chiaro
Nell’inchiostro mi confondo
Tipo caccia al calamaro
Sono Colombo
In pena
Che se la rema
Nell’attesa
Di un attracco
Nell’arena
Salto la cena
Scende la sera
Penna a sfera

Sulla pergamena

Ma non vado per l’America
Sono diretto a China Town

Capa all’inizio della strofa illustra il suo rifiuto per la guerra. Come infatti gli altri utilizzano le armi per combattere lui usa le penne, cariche d’inchiostro. Questo è per lui un vero e proprio vizio, come quello degli scriba egizi che stendevano in papiro per scriverci sopra. Andando avanti il Capa parla anche dell’altra faccia della scrittura, ovvero sia la possibilità che dona di riuscire a parlare nascondendosi. China Town è infatti una canzone scritta e chiara, ma tuttavia lui riesce a nascondersi dietro alle parole, come fanno i calamari quando macchiano l’acqua con il loro inchiostro per confondersi e fuggire.

Il rapper per far capire il suo stato d’animo e il suo rapporto intimo e unico con la scrittura si paragona a Cristoforo Colombo che navigando, cercava smanioso un punto d’attracco. Allo stesso modo l’artista pugliese si immerge così tanto nella scrittura da dimenticare anche di mangiare, arrivando fino a sera con la sua penna in mano. Ma lui non cerca un nuovo continente come il navigatore genovese, lui cerca la sua meta spirituale.

È con l’inchiostro
Che ho composto
Ogni mio testo
Ho dato un nuovo volto
A questi capelli da Billy Preston
Il prossimo concerto
Spero che arrivi presto
Entro sudato nel furgone
Osservo il palco spento

Lo lascio lì dov’è
Dal finestrino il film è surreale
Da Luis Buñuel

Arrivo in hotel
La stanza si accende
E’ quasi mattino
C’è sempre una penna sul comodino

Capa nell’ultima stofa infine parla ancora più intimamente di sè. Di come abbia usato la scrittura per ogni suo lavoro, di come questa arte abbia permesso a dare senso alla sua vita e ai suoi capelli così simili a quelli di Billy Preston, musicista e cantante statunitense che ha collaborato con i grandi della seconda metà del XX secolo.

Conclude il suo viaggio interiore immaginandosi il prossimo concerto, al termine del quale, dopo essersi idealmente trovato in una scena che ritrae il palco e che parrebbe uscire fuori da un film surrealista di Bunuel, si ritrova in albergo, a tarda notte. Lì non potrà fare altro che continuare a rifornire la sua linfa vitale nell’unico modo che conosce: scrivere.

Cosa ne pensate di questa nostra analisi di China Town? Quali canzoni di Caparezza preferite? Diteci la vostra nei commenti.

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Avatar di Matteo Furina
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