10 album alla scoperta dell’elettronica

Una guida introduttiva ad uno dei generi musicali di maggiore influenza della modernità

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4. Orbital – Orbital 2 (1993)

Il duo Orbital, formato dai fratelli Phil e Paul Hartnoll, propone nei primi anni ’90 una techno lineare, semplice, molto melodica e dai tratti fortemente esotici. Il secondo album dei due (detto il Brown Album, prima ancora di quello dei Weezer), è una ottima antologia di elettronica d’autore. Le canzoni si prestano alla perfezione alle musicalità da “dancefloor”, ma allo stesso tempo si propongono con intenti seri, sfidando l’orecchio dell’ascoltatore più che rilassarlo. La ripetizione è il minimo comune denominatore delle canzoni degli Orbital, che creano immagini sonore forti e coinvolgenti, e le lasciano andare come alla deriva, prima di introdurre il segmento successivo. La traccia introduttiva, Time Becomes, introduce quello che sembra il manifesto programmatico del disco: il tempo che diventa un “loop”.

Orbital – Halcyon, 1993

Le canzoni inventano mondi a sé stanti: da Planet of the Shapes (gioco di parole, evidente, con il titolo inglese del romanzo The Planet of the Apes) ad Impact (The Earth Is Burning), e fino a Monday. Lo scopo degli Orbital non è tanto creare musica ricreativa, quanto utilizzare i suoni sintetici ed elettronici per dare vita a veri e propri “quadri”, o, se si preferisce, film sonori. Il meglio del disco si ritrova nella fantasiosa doppietta Lush 3-1 (la prima è la canzone più riuscita dell’album) e Lush 3-2. La chiusura del lavoro è affidata ad un piccolo classico, Halcyon and On and On, nel quale tutta la capacità d’immaginazione musicale del duo addiviene ad una perfezione compositiva che fa di pulizia d’arrangiamento e perfezione matematica nel ritmo i proprio punti forti. In sostanza, un album da esplorare, più che da ascoltare.

Orbital – Orbital 2 / Anno di pubblicazione: 1993 / Genere: Techno

3. Underworld – Dubnobasswithmyheadman (1994)

Gli Underworld sono un complesso di musica elettronica inglese emerso, a fine anni ’80, dalla scena synthpop. Dopo alcuni anni di ripensamento musicale, Karl Hyde, Rick Smith e Darren Emerson si spostano dal synthpop a sonorità puramente techno, sposando ritmi da club ma senza dimenticare la loro formazione rock. Il risultato è un disco che esplora l’elettronica dell’epoca in maniera ambiziosa, con derive quasi prog da una parte e fusioni di rock, blues, soul e house dall’altra. A volte le perfette texture sintetiche degli Underworld si perdono e si intrecciano in ritmi infiniti e costanti, sporcati da effetti sonori, voci, interludi e narrativa cantata, sussurrata, gridata. Si parla di canzoni come Cowgirl, Spoonman, Dark & Long.

Underworld – Dark & Long, 1994 (video del 2014)

Altre volte, però, il trio decide di mettere alla prova tanto l’ascoltatore “da discoteca” quanto quello occasionale. E lo fa con composizioni che esulano anche del tutto dal genere, e si pongono in maniera ben più ambiziosa. Ecco allora l’inaspettato dream pop di Tongue, e il delicato soul quasi acustico di River of Bass. A quadrare il cerchio, le due “suites”, lunghe e più intricate di quanto possa sembrare al primo ascolto, di Mmm… Skyscraper I Love You, e soprattutto la celebre Dirty Epic, la composizione migliore del disco, e uno dei momenti migliori di tutta l’elettronica anni ’90. C’è da specificare che Dubnobasswithmyheadman è solo la punta di diamante di una discografia, quella degli Underworld, ricca, creativa e sempre di grande qualità, per quanto riguarda tutta la storia della musica elettronica.

Underworld – Dubnobasswithmyheadman / Anno di pubblicazione: 1994 / Genere: Techno, Alternative Rock

2. Daft Punk – Discovery (2003)

L’immediata e irrevocabile consacrazione di Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo è un disco di house iper-eclettica le cui canzoni sono strutturate come sequenze di un film. E un film infatti, a Discovery, va subito associato: il capolavoro di animazione Interstella 5555. I due miti mascherati dell’elettronica francese maneggiano i suoni con l’abilità di musicisti navigati, passando tra il rock, il soul e la disco e preparando nel contempo il terreno per il revival di Random Access Memories (2013). Le influenze disco di Giorgio Moroder e Jean Michel Jarre già si sentono, ma i due Daft Punk qui lavorano ancora principalmente con loop, samples e suoni immediati e impreziositi da una produzione di carattere digitale pressoché perfetta.

Daft Punk – One More Time, 2003

Proprio questo, forse, è il segreto dietro alla perfezione delle leggendarie tracce del disco. One More Time, Aerodynamic, Digital Love, Harder, Better, Faster, Stronger: queste le hits. Crescendolls, Something About Us, High Life, Short Circuit: i pezzi da riscoprire. Tra la disco sinfonica di Veridis Quo, l’intermezzo atmosferico di Nightvision e la conclusione epica di Too Long, i Daft Punk portano a casa un disco che ridefinisce il significato stesso del termine house. Lo fanno non solo espandendosi tra suoni diversi e generi vari, ma creando un’opera di una coesione e una forza sonora allucinanti, come mai (quasi) si era sentito prima parlando di album elettronici. Da Discovery in poi, per la musica sintetica, sarà tutta un’altra storia.

Daft Punk – Discovery / Anno di pubblicazione: 2003 / Genere: House, Post-Disco

1. Moby – Play (1999)

La musica elettronica di Moby è elettronica nel senso più lato possibile del termine. Richard Melville Hall è, per formazione, un musicista estremamente eclettico, che già a fine anni ’90 ha accumulato un’esperienza che lo ha condotto attraverso punk, ambient, techno e rock. Questa intera esperienza si ritrova in quello che dovrebbe essere, al momento della realizzazione, il suo “ultimo” album: un lavoro nel quale Moby mette tutto sé stesso proprio perché, visti i continui insuccessi, l’artista è deciso a farla finita con la musica. Invece, naturalmente, il disco riesce come il capolavoro che conosciamo, ottiene un inaspettato successo mondiale e lancia Moby verso la celebrità. Grazie a una serie di singoli azzeccatissimi, e a video riusciti e memorabili prontamente girati per MTV, Play diventa un classico istantaneo. E certo la loro importanza hanno anche i diritti acquisiti da Moby vendendo le canzoni a cinema e televisione.

Moby – Why Doea My Heart Feel So Bad?, 1999

Il motivo per cui Play è un capolavoro senza tempo risiede nella sua natura variegata. La tracklist affronta canzoni caratteristicamente “fragili”, improntate all’ambient e a suoni delicati e introspettivi: è il caso di Porcelain e Why Does My Heart Feel So Bad?. Dall’altra parte, ci sono canzoni estremamente concitate, che tradiscono le influenze più rock di Moby, come Bodyrock e South Side. Ma c’è anche spazio per un pezzo come Machete, che riprende la pura techno inizio anni ’90; il folk inaspettato di Guitar, Flute & String; l’ambient puro di Rushing; e così via. Altre canzoni ancori, quali Honey e Natural Blues, coinvolgono samples vocali di cantanti anche molto “datati”, come Bessie Jones e Vera Hall, ed esplorano jazz, gospel e blues. Insomma, Play colma la distanza tra musica “elettronica” e “musica” in toto, mostrando nella sua interezza la visione eclettica di un artista più che eccezionale.

Moby – Play / Anno di pubblicazione: 1999 / Genere: Elettronica, House

Bonus:

Aphex Twin – Selected Ambient Works 85-92 (1992)

L’album di debutto vero e proprio di Richard D. James, così come un po’ la sua intera discografia, è qualcosa di talmente particolare e fuori dagli schemi che risulta difficile trovare una collocazione in una eventuale classifica. Fin da subito, Aphex Twin prova di essere un compositore a sé stante, lontano da ogni scena e da ogni tendenza (per quanto, naturalmente, influenzato dall’elettronica inglese) e concentrato sul suo lavoro senza seguire alcuna moda o divagazione. Il suo ambient, se tale si può definire, è colorato da intuizioni melodiche sottili, che si sviluppano in ramificazioni IDM ma senza mai turbare né aggredire l’ascoltatore. Le tredici tracce di questo primo disco vengono composte da James tutte, come dice il titolo, tra il 1985 e il 1992, a partire da quando il produttore ha solo tredici anni.

Aphex Twin – Ageispolis, 1991 (video del 1992)

Qui siamo ancora ben lontani dallo stile aggressivo e traumatico di Come to Daddy e Widowlicker, i successi sporchi e provocatori che porteranno il DJ al successo sul finire degli anni ’90. In questo senso, Selected Ambient Works prova tutta la capacità e l’abilità di Aphex Twin di fare musica fantasiosa, di alto livello, coerente e azzeccata, e di farlo ben al di là della propria immagine schiva e alternativa, la stessa che poi lo renderà paradossalmente popolare. Questo album, nei suoi scorrevolissimi 74 minuti di durata, è il punto di partenza di una carriera eccezionale, e la firma di una promessa artistica che verrà negli anni più che mantenuta, sempre con coerenza, spirito critico, capacità inventiva e ricerca incessante della perfezione in musica. Nella musica, sempre, si intende, elettronica.