Talk Talk: la band che fuggì dal successo

Talk Talk: dal synthpop da classifica al post-rock sperimentale.

Erano gli anni ’80, epoca di grandi contraddizioni, anche musicali. Parliamo dei Talk Talk: uno dei tanti complessi usciti dall’isteria del punk, che presto erano passati dalle chitarre ai sintetizzatori e alle tastiere, entrando in quel mondo vago e sfaccettato noto come new wave. La band era inizialmente costituita da Mark Hollis (voce, chitarra), Paul Webb (basso), Lee Harris (batteria) e Simon Brenner (tastiere). Il gruppo sposò, fin dall’esordio, sonorità altamente orecchiabili, nonché un outfit alla moda, che permisero loro di esordire praticamente sulla strada per la cima delle classifiche.

Il loro primo album, The Party’s Over, venne pubblicato nel 1982. I singoli Talk Talk e Today raggiunsero rispettivamente la posizione numero 23 e 14 nella Top 40 UK, un risultato non indifferente. Poco dopo, il tastierista Brenner lasciò il gruppo, e fu sostituito da Tim Friese-Green, una figura centrale per gli sviluppi successivi del suono dei Talk Talk, che divenne infatti anche il loro produttore.

L’immediato successo della band fu dovuto anche all’associazione con la contemporanea scena new romantic, ed in particolare con i Duran Duran. I quattro infatti condividevano sia il produttore, Colin Thurston, che la casa discografica, la EMI, con la band di Simon LeBon. Ma più di tutto, chiara era l’influenza nella loro musica dello stile dei Roxy Music, band che aveva intaccato l’intera scena. I Talk Talk, tuttavia, avevano qualcosa in più, e lo si sente già ascoltando con attenzione il loro primo disco. Alcuni accenni di jazz, alcune trovate stilistiche che già tradiscono l’ambizione per una musica più complessa.

Tutti i segni di un’irrequietudine di fondo.

Si giunse alla calda estate del 1984, l’estate di It’s My Life e Such a Shame. I vostri genitori ricordano sicuramente il successo che queste hit ebbero quell’anno, in Italia come in mezza Europa, in Nuova Zelanda e persino negli Stati Uniti. I tratti new wave e synthpop sono, in questo secondo album, già più smussati, e si intravedono le crepe di un cambiamento all’orizzonte.

La band era chiaramente a disagio con il proprio successo. Girando il videoclip promozionale per It’s My Life, per esempio, Mark Hollis si prese continuamente gioco del lip-synching (cantare con precisione sopra una base), e il video dovette essere girato di nuovo. La stessa appariscenza di Hollis in questo periodo, in quanto leader del gruppo, la dice lunga: vestiti invernali, cappelli di lana, occhiali scuri, capelli lunghi e irregolari. Davvero niente a che vedere con i video ambientati ai tropici dei Duran Duran.

Già nel 1986 i Talk Talk decisero di scendere di un gradino, allontanandosi con decisione da tastiere e sintetizzatori e dedicandosi a sonorità più acustiche e decisamente più rock. The Colour of Spring fu, in questo senso, il disco della svolta. Nonostante l’inversione di marcia, e la ricerca di suoni molto più cupi, l’album fu un successo in Gran Bretagna, e così il singolo principale, Life’s What You Make It. Ma la decisione era ormai presa: il gruppo voleva solo fare musica, restio all’atmosfera delle charts e dei programmi televisivi videomusicali. Basti vedere la performance qui sotto, al Montreaux Jazz Festival del 1986, per farsene un’idea.

Tempo altri due anni, e il gruppo era ormai completamente fuori rotta. Spirit of Eden (1988) è oggi spesso indicato, non a torto, come l’album iniziatore di quel genere che oggi chiamiamo post-rock. Suoni completamente improvvisati, una marea di strumenti che mescolano jazz, rock, ambient, minimalismo. Parti casuali poi ricucite insieme in studio, cantati eterei, passaggi strumentali allungati a dismisura. Hollis e Friese-Green si rifiutarono di fare ogni tipo di promozione per l’album: niente videoclip, niente singoli, niente concerti dal vivo. Data la natura delle canzoni nel disco, d’altra parte, non avrebbe avuto senso.

Un tentato suicidio commerciale.

La EMI, chiaramente insoddisfatta circa il debole potenziale commerciale dell’album, decise di estrarre comunque un singolo, I Believe in You, e costrinse Mark Hollis a girare controvoglia un video promozionale. Tutto questo naturalmente poté fare ben poco, viste le caratteristiche spiccatamente anti-commerciali dell’album. C’è poco da dire, Spirit of Eden non era un disco da classifica. Morale: i Talk Talk entrarono in una lunga diatriba legale con la casa discografica, con l’intento di staccarsene. Nel frattempo, il bassista Paul Webb lasciò la band nel 1988. I Talk Talk riuscirono a staccarsi dalla EMI, firmando con la Polydor Records un contratto per due nuovi album. Tentando di rifarsi, la EMI pubblicò due compilation, Natural History (1990) e History Revisited (1991) senza il permesso della band, che sporse denuncia.

Nel 1991 i Talk Talk realizzarono infine il loro ultimo album, Laughing Stock, che partendo dalle premesse di Spirit of Eden scese ancora più “in basso”, in un abisso di sperimentazione strumentale senza via d’uscita. Fa impressione, in effetti, sentire quanto il suono del gruppo fosse cambiato, nel giro di meno di dieci anni. Il perfezionismo maniacale di Hollis e Friese-Green (di fatto, i leader del progetto), accompagnato dall’intervento di numerosi musicisti ospiti, portò alla creazione di un album totalmente “autistico”, isolato nella sua perfezione. Finale: i Talk Talk si sciolsero nel 1992. Mark Hollis pubblicò un album da solista nel 1998, per poi scomparire totalmente nell’anonimato. Gli altri componenti seguirono vari altri progetti, sempre più o meno nell’ambito post-rock.

Oggi, l’influenza del gruppo viene riconosciuta a 360 gradi, sia a livello stilistico che a livello, come detto sopra, “anti-commerciale”. Quella dei Talk Talk è la storia esemplare e unica di una band che, perseguendo il proprio ideale musicale, si è autodistrutta e discograficamente suicidata. Sacrificio non vano, che portò all’abbattimento dei confini della musica intesa come merce commerciale, e che in qualche modo sembra anche simboleggiare la fine dell’etica musicale degli anni ’80, aprendo la via alla grande svolta alternative del decennio successivo.

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