Strofe: Significato di Caruso – Lucio Dalla

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Caruso – Lucio Dalla

Sono passati ormai più di cinque anni da quando ci ha lasciati. Sembra essere passato meno di un giorno.

Lucio Dalla, cantautore dall’animo sensibile, capace di mutare e commuovere con la naturalezza propria di chi, le emozioni, le vive pienamente. Senza filtri.
Prima musicista di formazione jazz, raffinato ma potente, di cultura fine ma fermamente deciso a sovvertire ogni canone, si scoprirà autore anche dei testi in maturità. Ed è proprio nella lunga carriera cantautorale che regalerà al panorama musicale nazionale e internazionale perle su perle.

Tra le gemme più brillanti della produzione del cantautore bolognese, Caruso.

Inedito dell’album DallAmeriCaruso, inciso nel 1986, fotografa gli ultimi giorni di vita del celebre tenore partenopeo Enrico Caruso.
Racconta lo stesso Dalla di aver avuto l’ispirazione per la stesura del brano in seguito ad un soggiorno forzato a Sorrento, costretto da un guasto della sua imbarcazione. Il caso volle che si fermò proprio nell’albergo che ospitò il tenore, e proprio nella stanza che fu testimone del soggiorno ormai leggendario.
Ispirato dalle storie che gli furono raccontate su Caruso e sulla sua infatuazione per una giovane che da lui prese lezioni di canto, scrisse quella che è la sua canzone più celebre.

Riesce a tratteggiarvi con sapiente eleganza l’accomiatarsi stanco, ma soddisfatto, di una vita vissuta pienamente. Il riposo di chi ha dato e avuto tanto e, rasserenato si appresta all’ultimo saluto.

Procediamo ora strofa per strofa.

Caruso

Qui dove il mare luccica e tira forte il vento
Su una vecchia terrazza davanti al golfo di Surriento
Un uomo abbraccia una ragazza dopo che aveva pianto
Poi si schiarisce la voce e ricomincia il canto

Il cantautore, come nella grande tradizione dei cantastorie, si pone al di sopra della scena, la dipinge lui stesso. Allora costruisce la scena che egli immagina possa aver vissuto il tenore e la immerge nel più romantico degli scenari. Il mare luccicante, probabile tributo al maestro già interprete di un brano della tradizione partenopeo proprio dal titolo Sul Mare Luccica, rivela un’immagine più volte rievocata nelle rappresentazioni fotografiche e artistiche di Sorrento, come di Napoli. Ogni cartolina, ogni dipinto presentano la scena del Golfo placido, scintillante. Chiunque, quindi, riesce a immergersi nello scenario senza difficoltà alcuna. A quest’immagine egli contrappone lo sferzare del vento, in contrasto netto con l’immagine del Golfo luccicante.

E’ splendido il modo in cui Dalla registra il secondo verso. Il “di Surriento” suona infatti come un “disorienta”.
Il vento tagliente che fa scrosciare il mare disorienta, confonde. Per comunicare le emozioni nel vento bisogna gridarle con più forza, altrimenti svaniscono. L’uomo, Enrico Caruso, abbraccia la sua bella che grida la propria tristezza con le lacrime di chi capisce che presto verrà abbandonata. Il tenore non si avvilisce. Si avvia sereno al proprio imbrunire e consola la donna. Raccoglie le forze rimastegli e continua il suo canto. Stoico, romantico.

Te voglio bene assaje
Ma tanto, tanto bene, sai
E’ una catena ormai
Che scioglie il sangue dint’ ‘e vene, sai

Il ritornello è il canto d’amore che Caruso dedica all’amata. La consola. Conosce il suo destino e sa che gli rimane poco da vivere e quel poco da vivere lo vuole dedicare tanto alla donna che ama quanto all’arte che ama: il canto. Le parole sono un forte richiamo ad un altro storico brano della tradizione napoletana, Dicitencello vuje.
Il forte sentimento che li lega è diventato una catena. Non deve aver paura, né lei, né il mondo. Il suo canto e il suo amore lo legano saldamente alla Terra che sta per lasciare e non lasceranno perire il suo ricordo.

Caruso

Vide le luci in mezzo al mare, pensò alle notti là in America
Ma erano solo le lampare e la bianca scia di un’elica
Sentì il dolore nella musica, si alzò dal pianoforte
Ma quando vide la luna uscire da una nuvola
Gli sembrò più dolce anche la morte
Guardò negli occhi la ragazza
Quegli occhi verdi come il mare
Poi all’improvviso uscì una lacrima
E lui credette di affogare

Affacciatosi alla vecchia terrazza l’uomo rivede in mezzo al mare, come un flashback abbagliante, le luci che furono dei suoi palchi, dei suoi grandi concerti. Quelle luci lo hanno portato fin dove tanti suoi concittadini chiedevano accoglienza e, spesso, ricevevano insulti, venivano bistrattati.
Lui ci arrivava da grande eroe, accolto come una star.
Tutto un sogno però. Le luci sono quelle umili barche di pescatori. Sono ormai lontane quelle del successo. Le sue mani sul pianoforte vivono la malinconia del momento e lo esprimono, a modo loro, nel canto del pianoforte. Le melodie tristi costringono il maestro ad alzarsi dallo sgabello, in fuga da un lato mieloso del suo carattere che si rifiuta di mostrare. Restando fedele alla propria immagine di uomo forte si affaccia alla finestra  rifiutando la consolazione della musica.

La luna fa capolino da una nuvola, altra immagine romantica per antonomasia ed elemento comune a molte delle più celebri canzoni di Dalla. La luce riaffiora dall’oblio. La fierezza del poter essere certi di aver davvero vissuto pienamente la propria vita riaffiora dalle nuvole della paura della morte.
E’ il mondo che gli fa un regalo, gli ricorda che lui è un re.

Forte stavolta, colpito nel profondo dell’animo, si gira verso la ragazza. Occhi splendidi, di mare. Occhi che lo riportano alla sua terra, Napoli. In quello sguardo il riassunto della sua intera vita. E’ impossibile stavolta per il maestro contenere l’emozione. Una lacrima lo tradisce e lo vince. Lui, sempre invincibile, sempre possente, si trova sconfitto da una luna splendente e due occhi verdi.

Te voglio bene assaje
Ma tanto, tanto bene, sai
E’ una catena ormai
Che scioglie il sangue dint’ ‘e vene, sai

Riecheggia ancora il canto. Da consolatorio si trasforma in un canto d’amore puro. Chi consola è su un piano superiore rispetto al consolato. Stavolta i piani si parificano. Forse addirittura il maestro si trova su un piano inferiore rispetto all’amata. Inerme, la ringrazia delle emozioni prepotenti che gli sta facendo vivere, che lo tormentano, che lo vincono.

Caruso

Potenza della lirica
Dove ogni dramma è un falso
Che con un po’ di trucco e con la mimica
Puoi diventare un altro
Ma due occhi che ti guardano, così vicini e veri
Ti fan scordare le parole, confondono i pensieri
Così diventa tutto piccolo, anche le notti là in America
Ti volti e vedi la tua vita come la scia di un’elica
Ma sì, è la vita che finisce, ma lui non ci pensò poi tanto
Anzi si sentiva già felice e ricominciò il suo canto

Eppure il maestro è sempre stato capace di veicolare turbinii di sentimenti. Era il suo mestiere dominare le emozioni per regalarle agli astanti. Non dovrebbe essere così facile farsi sovrastare. Perché si è abbandonato al pianto?

La risposta è in due aggettivi, uno l’opposto dell’altro, la dicotomia ancestrale della realtà: il vero e il falso. “La realtà è ciò che è storto” sostiene Jacques Lacan, dunque persino il falso ne costituisce parte integrante. Allora cosa è vero e cosa è falso? Cosa li distingue? Il maestro, l’artista, che di falso si nutre, ha gli strumenti per domarlo e riconoscerlo. E il vero? Il vero non si nasconde*, colpisce. L’uomo ha gli strumenti per coglierlo, ma non li ha per domarlo. Domato forse diventa storto.

Quegli occhi verdi vicini e penetranti scavano, scovano e svelano. Regalano verità che, quando arriva, è talmente prepotente da disconnettere la ragione, la realtà. Né più parole, né più pensieri. Un uomo finalmente svelato. Tutto si fa piccolo, persino la sua vita, e tutto perde di importanza. Neanche la morte lo spaventa più una volta raggiunta la sua verità.

*etimologia greca. (α-) più λέθος, léthos, che vuol dire propriamente eliminazione dell’oscuramento, ovvero disvelamento. (Wikipedia)

Te voglio bene assaje
Ma tanto, tanto bene, sai
E’ una catena ormai
Che scioglie il sangue dint’ ‘e vene, sai

Il canto finale è il suo epitaffio, un regalo al mondo intero.
L’artista con il suo canto si regala alla memoria collettiva. Sono lontani i tempi dei palchi gloriosi e delle serate di gala.
La sua arte ora è ceduta a quei due grandi occhi verdi che gli hanno permesso di svelarsi, tanto all’amata quanto al resto del mondo. L’hanno privato della paura della morte e gli hanno concesso la gioia di un addio sereno, felice.

La pace.

[..] Oggi lasciate che sia felice, io e basta,
con o senza tutti, essere felice con l’erba
e la sabbia essere felice con l’aria e la terra,
essere felice con te, con la tua bocca,
essere felice”.

Pablo Neruda – Ode al giorno felice

Caruso

Brano: Caruso

Album: DallAmeriCaruso (1986)
Artista: Lucio Dalla

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