Monolith, la recensione

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La rivoluzione che Roberto Recchioni ha portato su Dylan Dog si sta espandendo ad effetto domino, portando la Sergio Bonelli Editore ad approdare nel mondo della settima arte con Monolith, un film che sembra essere quasi un episodio di Black Mirror. Ma di fatto, così non è dal momento che il film è tratto dalla pregevole graphic novel omonima scritta da Recchioni stesso e diretto egregiamente da Ivan Silvestrini. È errato anche parlare di adattamento cinematografico in quanto i due progetti sono stati costruiti parallelamente. Una storia costruita espressamente per abbracciare sia il linguaggio fumettistico che quello cinematografico, come afferma lo stesso Rrobe.

Katrina Bowden è Sandra un ex popstar madre del piccolo David e sposata con la sfortuna e l’isteria ancor prima che con la sua dolce (e fedifraga?) metà, Carl. Durante un viaggio, nella nuova concept auto iper sicura chiamata Monolith, una deviazione imprevista farà scivolare Sandra in una spirale di disperazione per salvare suo figlio asmatico, chiuso nella monolitica (di nome e di fatto) auto, ferma in un claustrofobico deserto che sembra inglobare dentro di sé la tecnologia perfetta e senza sbavature dell’auto. Ritmi serratissimi, complice anche l’ottima prova della Bowden, rendono il film di notevole fattura anche grazie all’atmosfera ansiogena che caratterizza tutto l’intreccio e soprattutto per la sua scrittura che non vuole porre l’accento sul rapporto uomo-tecnologia o sul becero populismo della cronaca nera.

Monolith indaga la reazione disperata di una donna e di una madre e della sua lotta alla sopravvivenza e per la sopravvivenza. Le calde atmosfere desertiche accentuano la percezione delle emozioni di Sandra, oscillanti tra paura e rassegnazione e sempre tenute in gioco dalla frustrazione e da un senso di inadeguatezza perenne, come donna, come moglie e come madre. Il dramma sembra essere nell’aria sin da subito e ci mostra la costante ansia di Sandra, dovuta da non si sa cosa ma onnipresente se non nel momento in cui viene riconosciuta in un’identità che non è più la sua. L’inadeguatezza che però cerca riscatto, non tanto per lei quando per l’innocente David da salvare ad ogni costo, per dovere morale e materno. Una lotta contro la tencologia prima e la natura poi per riuscire a salvare ciò che non è riuscita a proteggere.

Un film fresco e giovane, con una patina a stelle strisce che lo rende un prodotto decisamente appetibile anche per il mercato estero. Una storia che forse avrebbe potuto osare di più sotto alcuni aspetti ma che comunque rimane un’ottima prova stilistica da ostentare per il cinema di genere italiano. Da segnalare l’originalità dei titoli d’apertura che descrivono la macchina in tutte le sue funzioni. Una scelta tanto geniale quanto originale.

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