Control: il Biopic su Ian Curtis e i Joy Division

Joy Division

Uno dei biopic più riusciti in assoluto.

Siamo nel 1977 a Salford, nella contea di Manchester. Un ventunenne Ian Curtis si unisce agli Stiff Kittens, divenuti in seguito Warsaw (in omaggio a un brano di Bowie, una dei suoi riferimenti artistici principali) e, infine, Joy Division. Se non avete idea di chi siano potete recuperarvi il loro primo album (e vi fareste un favore).

Control racconta proprio la storia di Ian Curtis (interpretato da un eccezionale Sam Riley), sia nella sua sfera privata che in quello di personaggio pubblico, in quanto artista. Su questo fronte la pellicola riesce a darti un’idea di chi lui fosse, sia come artista che come persona e, contemporaneamente, crea quel ponte di eventi che influenzano queste due emisferi che entreranno spesso in contatto e si influenzeranno spesso vicendevolmente. Il rischio più grave che corre un biopic simile è quello di diventare celebrativo e per fortuna non è questo il caso.

Deborah Curtis nel suo libro Touching from a Distance (da cui è peraltro ispirata la sceneggiatura) dà una visione che, per quanto sia personale quindi sicuramente non puramente oggettiva, descrive davvero Ian per ciò che era: una persona, ancor prima che una punkstar. Questo è una caratteristica che viene mantenuta nel film che si pone il compito di descrivere in pieno anche i difetti del protagonista, senza neanche ostentare una giustificazione banale (non che il film gli punti neanche il dito contro, semplicemente lo descrive come una persona molto sensibile, con molti problemi e “straziato” interiormente).

Inoltre il dualismo nella vita di Ian che ho sottolineato prima è la parte fondamentale di tutta la storia ed un punto di svolta decisivo nella sua vita.

Un vortice senza fine e un destino che sembrava inevitabile.

Sin da quando ha iniziato a fare musica il nostro protagonista si trova diviso fra due vite completamente opposte e che faticano a convivere l’un l’altra, ossia: in primis quello del padre di famiglia e in secondo luogo quello dell’artista. Ian era diviso in due vite parallele che faticavano a convivere, ma di cui aveva necessità (tant’è che la tragedia avverrà proprio quando Ian romperà il suo rapporto con la famiglia e ciò lo segnerà in maniera indelebile).

Sommati i suoi problemi di salute ed esistenziali, considerando anche la giovane età in cui accadeva questa travolgente sequela di eventi, il finale della storia, per quanto amaro, ci chiuderà il quadro di una delle personalità più interessanti della storia della musica. L’uomo e il mito, due facce della stessa medaglia, quella di un grande artista dalla vita tormentata come Ian Curtis e di cui, Control riesce a mostrarci entrambe queste facce, con tanto di sfumature e intersecazioni tra di esse.

Un esordio incredibile quello del regista.

Merito, oltre al fantastico adattamento del libro della moglie del frontman dei Joy Division, compiuto da lei stessa e da Matt Greenhalgh, anche di Anton Corbijn, fotografo e videomaker olandese, che esordisce al cinema con una pellicola veramente ben fatta e che avrebbe meritato molto più del successo che ha, effettivamente, avuto. L’influenza dell’arte fotografica si nota, sia per come pur essendo all’esordio Corbijn riesca a creare delle inquadrature degne di un album fotografico, sia per il modo stesso in cui la pellicola è diretta.

La macchina da presa, infatti, si muove di rado e le scene si basano principalmente sul geniale posizionamento del punto macchina che ci fornirà uno sguardo prolungato sulla scena. Alternato a ciò però vi sono le sequenze di “azione” che, in questo caso, sono, ovviamente, le sequenze musicali in cui il montaggio e la regia aumentano esponenzialmente la velocità del loro ritmo. Anch’esse, pur avendo uno stile differente, sono girate splendidamente visto che il regista ha girato molti videoclip musicali nella sua carriera. La fotografia non è da meno e utilizzando un bianco e nero splendido riesce a trasportarci veramente nell’Inghilterra degli anni ’70 in cui le vicende sono accadute.

Non solo Joy Division.

La colonna sonora poi, oltre a presentare brani stupendi, è importantissima sia quando inserisce gli stessi pezzi dei Joy Division, sia quando invece spazia nei gusti musicali di Ian, inserendo i brani che maggiormente l’hanno ispirato, con artisti che spaziano da David Bowie (citato in precedenza) e Iggy Pop. L’esperienza del regista come regista di videoclip è stata fondamentale nel coniugare così omogeneamente musica e video, uno dei difficili compiti di cui deve occuparsi un regista e che, in questo caso, fa la differenza (cambiando completamente genere è ciò che ha reso 2001: Odissea nello Spazio è uno dei film migliori della storia).

Joy Division

Control è uno dei film d’esordio più belli mai visti, sia perchè nasce con la voglia di raccontare qualcosa (sia una storia che tramite essa) e riesce a farlo senza sbavature tecniche, e, per quanto il regista abbia avuto esperienza nel campo, non è comunque qualcosa da poco al debutto nei lungometraggi (la forma serve, quindi, la sostanza del film). Control è un ritratto impressionistico di uno dei più grandi artisti dello scorso secolo, che punta a raccontarci chi era l’uomo dietro i fantastici pezzi che suonava con i Joy Division e perchè la sua eredità è importantissima per i posteri. Una grande biografia per un grandissimo artista: Ian Curtis.

https://open.spotify.com/album/0cbpcdI4UySacPh5RCpDfo

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