The Handsmaid’s Tale – L’angosciante distopia di un futuro prossimo

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La rubrica InSordina questa settimana propone la prima stagione di una serie TV molto recente, acclamata dalla critica, ma meno seguita dal pubblico, soprattutto alle nostre latitudini. Parliamo di The Handsmaid’s Tale, la serie ispirata al romanzo di Maragaret Atwood e che, dopo i buoni successi ottenuti con The Path e 11.22.63, porta Hulu ad un livello di qualità superiore. Un adattamento di 10 episodi fedele al romanzo ed uno dei migliori prodotti televisivi usciti quest’anno. Una storia angosciante ambientata in un futuro distopico, dove una setta di fondamentalisti cristiani ha trasformato quello che rimane dell’America, in uno stato dall’aria fascista chiamato Gilead. L’inquinamento ha devastato gran parte del mondo con aspre conseguenze per il genere umano, soprattutto la perdita quasi totale della fertilità. Le poche donne rimaste fertili sono divenute delle ancelle, schiavizzate per portare avanti un genere umano nato dalla purezza dei nuovi Stati Uniti.

Il mio nome è Difred” dice nel primo episodio Elisabeth Moss, la protagonista; prima aveva un altro nome, ma adesso è vietato, come tante altre cose. In questa teonomia misogina ed estremista, Difred e le altre ancelle sono delle devote e docili incubatrici viventi; delle serve della maternità in ostaggio delle famiglie elevate ad un rango superiore e di una purezza religiosa e morale apparentemente impeccabile. Saranno infatti obbligate da questo regime a sottomettersi regolarmente ai bisogni riproduttivi del loro Comandante, seguendo così, a loro dire, degli “insegnamenti biblici” e “la parola di Dio”. Un rito inquietante non solo per lo stupro e l’ideologia che lo sostiene, ma soprattutto per il suo svolgimento; le furenti e sterili mogli dei comandanti terranno infatti le mani delle ancelle durante l’atto sessuale, dando vita a delle scene angoscianti.

Avvolta nella sua lunga veste cremisi Difred è un modello di disciplina che nasconde un gran desiderio di ribellione, ma senza sapere di chi potersi fidare. Potendo rispondere solo quando interpellate e rispondendo la maggior parte delle volte con dei proverbi biblici, “Sotto il suo occhio” o “Sia benedetto il frutto”, le ancelle faticano, a volte, a fidarsi le une delle altre, non capendo chi sia stata violentemente e realmente convertita al folle credo. Ma in questa parvenza di vita riesce ancora  ad emergere June, il vero nome di Difred, una donna che in molti flashback ricorda la sua vita precedente, dove felicemente sposata con una figlia lavorava come editrice. Una vita che oltre a mostrarci i primi fasti dell’ascesa di una nuova America, sottolinea la brutalità di questo nuovo e spaventoso mondo. Una June che, nonostante tutto, vive ancora dietro lo sguardo attento e freddo di Difred.

Un’ottima interpretazione della Moss accompagnata dagli altrettanto eccellenti Joseph Fiennes, Ivonne Strahovski, Alexis Bledel e Ann Dowd. Le loro performance riescono a dare un senso di realismo tangibile alla serie, inserendo un aspetto drammatico quasi profetico, dandoci la sensazione che questo mondo non sia una favola ma dietro l’angolo.

Un merito che va dato allo sceneggiatore Bruce Miller e alla regista Reed Morano, riuscendo a dare alla storia una grande potenza narrativa, scioccandoci e coinvolgendoci. Reed Morano decide di utilizzare in alcune scene un punto di vista soprastante, come se un occhio divino osservasse le donne del nuovo mondo, così elegantemente ordinate per colore, muoversi con santificata armonia. Le ancelle con i loro cappelli ecclesiastici bianchi e le tuniche rosse, sono un tripudio di grazia ed ordine e la camera non perde nemmeno un secondo di questo spettacolo visivo; degli ingranaggi separati ma che si muovono all’unisono, in una macchina perfetta. Una divisione netta con le mogli dei comandanti, opposte cromaticamente alle ancelle con i loro vestiti verdi.  Allo stesso tempo la camera le accompagna all’interno delle abitazioni, distruggendo questa grazia apparente e mostrando una vita disperata e spietata.

Una regia accompagnata da un’eccellente fotografia, caratterizzata da una precisa composizione dell’immagine, soprattutto nell’equilibrare i suoi elementi. La luce utilizzata è contraddistinta da una brillantezza e un candore dal tono divino, una luce che vuole sottolineare la sospensione surreale di una realtà fondata sulla religione. Fasci di luce abbaglianti entrano dalle finestre e dalle porte come se fossero degli intrusi, degli osservatori silenziosi; una luce come simbolo del giudizio e dell’occhio divino in un mondo malato. Un mondo familiare ma allo stesso tempo alieno, come le vesti delle ancelle, una caratteristica puritana che non sembra appartenere ad un futuro ma agli anni più bui della religione cristiana. Una serie dalla tecnica sopraffina messa al servizio della narrazione, anche grazie alla costumista Ane Crabtree e al direttore della fotografia Colin Watkinson.

Proprio a livello narrativo la serie si discosta leggermente dal romanzo, narrato in prima persona da Difred, mantenendo comunque la voce fuori campo di June. Delle leggere alterazioni fatte appositamente per espandere il mondo esplorato, raccontando le storie di chi, come Difred, soffre le sue stesse pene. Un’esplorazione utile a definire come una mostruosità come Gilead sia riuscita a mettere radici nel nostro mondo. È una realtà completamente opposta alla nostra, costruita su mantra religiosi e usi barbarici giustificati da quest’ultimi. Una perdita di umanità che può apparire assurda, ma che più ci viene descritta nella sua stratificazione sociale e nel suo grottesco ribaltamento di quello che riteniamo sacro, più ci appare reale e spaventosa. Come detto da una delle carceriere indottrinartici, Zia Lydia, “Questo potrebbe non sembrarvi ordinario ora, ma dopo un po’ di tempo lo sarà”.

Una frase terrificante che suona così reale, anche se è difficile credere che qualcuno voglia davvero “make America Gilead again”; ma la storia che racconta The Handsmaid’s Tale non parla di una profezia, ma del processo che può portarci a vivere normalmente un mondo anormale e pieno di ingiustizie.

Una storia horror non in superficie ma nella sua essenza, poiché è lo spirito umano ad essere violentemente distrutto insieme alla figura della donna. Una serie spettacolare candidata ad 8 Emmy Awards; scioccante, spaventosamente tempestiva e incredibilmente ben fatta.

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