Five Came Back: come innamorarsi del cinema con una serie Netflix

Si sa, e non solo perché è risaputo ma perché effettivamente evidente, che esiste una netta differenza qualitativa fra le serie originali Netflix e i film che la stessa piattaforma streaming produce, quasi che la compagnia voglia sottolineare il suo scarso interesse per il cinema a favore della più facile e proficua serialità. Di lungometraggi a marchio Netflix memorabili ce ne sono infatti davvero pochi, e oltre al candidato Oscar Hell or High Water si riescono a ricordare giusto il recentissimo La Scoperta con Jason Segel o quel Beasts of No Nation di Cary Fukunaga. D’altro canto, invece, la sfilza di serie tv con incise sopra le fatidiche sette lettere rosse a mo’ di marchio qualità è veramente lunga, e sicuramente più riuscita: basti pensare al fenomeno del momento 13, a quel capolavoro di Stranger Things o lo strapremiato The Crown, senza ovviamente dimenticare titoli come Narcos, Better Call Saul, Orange is the New Black, Bojack Horseman, House of Cards e moltissimi, moltissimi altri. Insomma, il paragone non esiste. Tolto il prossimo film di Martin Scorsese, l’attesissimo The Irishman che sbarcherà nel 2018, e un paio d’altre collaborazioni future, il cinema, per Netflix, è relegato in un piccolo, polveroso angolo. Purtroppo.
Ma, mentre la predominanza delle serie è schiacciante ed estremamente evidente, c’è un genere in casa Netflix che vanta moltissimi titoli di grande importanza, ma che spesso però viene quasi dimenticato. Ed è il documentario. Dentro l’inferno di Werner Herzog, l’acclamato Making a Murderer o il Virunga di Leonardo DiCaprio sono alcuni degli esempi più eclatanti e famosi, e dietro le numerose pagine della piattaforma ci sono altre variegatissime storie che meritano sicuramente una visione.
Ma – vi starete forse chiedendo – tutto questo discorso, dove vuole arrivare?
A nientemeno che Five Came Back: una docuserie Netflix che parla…di cinema.
(E non solo).

Diretto da Laurent Bouzereau – veterano dei documentari, alla regia di quasi 300 titoliFive Came Back salta subito all’occhio innanzitutto per le persone che sono state direttamente coinvolte nella realizzazione: oltre alla favolosa Meryl Streep come narratrice, lo spettatore si troverà davanti alle interviste e spiegazioni di Steven Spielberg, Francis Ford Coppola, Guillermo del Toro, Lawrence Kasdan (per chi non lo sapesse, l’uomo che dovete ringraziare per L’Impero Colpisce Ancora) e Paul Greengrass.
Insomma, nomi sicuramente di non poco conto.
Questi cinque registi andranno ad esplorare i meandri della storia più conosciuta di sempre per raccontare un’altra storia, più piccola e meno decisiva, ma sicuramente altrettanto interessante.
Stiamo parlando della Seconda Guerra Mondiale, e di come 5 registi, 5 mostri del cinema quali John Ford, Frank Capra, William Wyler, John Huston e George Stevens, vi abbiano partecipato.
Tutto questo forse può sembrare troppo. Tutto troppo perfetto, troppo ben fatto e allettante. Troppo rumore per nulla. E invece no. Five Came Back è una scommessa che funziona alla grande. La scommessa di Netflix che recupera il suo antenato cinema combinandolo coi suoi prodotti di punta, la scommessa dello spettatore di fronte ad una potenziale delusione, e la scommessa di quei 5 registi che a costo della propria vita si addentrarono nel conflitto più grande di sempre solo per riuscire a filmarlo, lasciando così ai posteri un dono – la verità – senza eguali.

Il viaggio che viene percorso da Five Came Back incomincia dal principio, col paese delle meraviglie, Hollywood, da un lato, e con la cupa Europa degli anni ’30 che tutti conosciamo dall’altro. Così, in una prima, timida puntata, piano piano lo spettatore fa la conoscenza di 5 diverse personalità, delle loro origini, dei loro stili, e delle loro profonde diversità artistiche inserite all’interno di un panorama socio-culturale in continuo mutamento. E tutto questo non è però ridotto ad una mera lista biografica di azioni, nomi e film realizzati, ma viene composto in un quadro più ampio, dove entrano in gioco sin da subito la guerra, gli sconvolgimenti politici, le tematiche razziali, il patriottismo e, ovviamente, il cinema. Cinema che viene mostrato ben diverso dal nostro attuale immaginario dove tutto è permesso, cinema che, nonostante il sorgere dei totalitarismi oltreoceano, cerca di condurre costantemente lo spettatore in un fittizio mondo di serenità e benessere: oltre ai cinegiornali, non c’è traccia di preoccupazione nelle pellicole americane.
Allo scoppiare del conflitto mondiale e con l’allarmante progredire degli eventi, però, finalmente, ad Hollywood qualcosa cambia: nelle pellicole dei registi si insinuano velate le ideologie, le preoccupazioni, i messaggi e le ansie della guerra in corso, trasformando il cinema del non concesso in uno scorcio sempre più simile alla vita reale. Ma tutto questo dura poco, perché quando i Giapponesi attaccano Pearl Harbour, è il momento per l’America di entrare direttamente negli scontri armati. E per i registi di filmare dal vivo le atrocità della guerra. Su commissione del governo, ma con scopi, intenzioni, modalità e soprattutto sentimenti completamente differenti l’uno dall’altro, i 5 riescono ad entrare nel vivo del conflitto con in spalla la loro cinepresa, mutando nuovamente il significato e il valore del cinema, pensato questa volta non solo per intrattenere, ma per informare, svelare, spronare. Arrivano così negli USA i report dei registi, memori delle loro differenti esperienze nei vari fronti a cui ciascuno è stato affidato: nascono documentari come La bella di Memphis, Vittoria Tunisina, La battaglia delle Midway che con un messaggio di propaganda e di denuncia vogliono raggiungere il cittadino americano nel profondo del cuore, e, soprattutto, della coscienza. L’incessante produzione da parte dei 5 registi, mossi da una passione smisurata per il cinema e per una fede ferrea nei valori di giustizia di cui il loro paese si fa portatore, non si arresta né davanti alle continue censure di quelle riprese troppo vere e crude per dare speranza e grinta, né di fronte al termine della guerra. Saranno infatti i filmati di George Stevens a mostrare al mondo per la prima volta le atrocità dei campi di concentramento, così come le riprese di Capra a rivelare la disperazione dei veterani, o le ricostruzioni di Huston ad approfondire il dolore delle battaglie campali.
Il segno che la guerra lascerà sulle menti di questi registi si farà immediatamente evidente: col rientro in patria, il bagaglio emotivo che i 5 si sono costruiti dietro la macchina da presa attraverso la dura vita delle trincee sarà da loro usato per creare alcuni dei più grandi capolavori della storia del cinema, pellicole come La vita è meravigliosa, I Migliori anni della nostra Vita, I Sacrificati, Un posto al Sole o Il Tesoro della Sierra Madre. Così in ultima battuta, il cinema si trasformerà nuovamente, diventando in questo modo strumento di sfogo, lo specchio della personalità, il veicolo con cui parlare definitivamente ai cuori di tutti gli spettatori.

Ma ritorniamo al punto di partenza.
Si diceva che Netflix ha fatto di serie tv in primis e documentari poi la sua punta di diamante, lasciando ai film un piccolo quanto poco significante spazio all’interno del suo catalogo. Eppure, guardando Five Came Back, tutto ciò sembra svanire, perché lentamente si ha come l’impressione di essere di fronte a l’inno di Netflix per quel cinema che tanto gli è lontano: una piccola serie documentaristica su una storia d’amore che deve passare attraverso dolori, peripezie e guerre per portarsi a compimento con un (quasi) lieto fine. A partire dal team di supporto, quei 5 colossi del cinema moderno con un’iconica musa ad unire i fili dei loro discorsi, passando per l’approfondimento sociale e artistico del cinema – con gli esempi concreti di pellicole ad indirizzare lo spettatore nella giusta direzione –, fino a raggiungere la storia e la poetica di quei 5 antichi colossi nonché 19 volte premi Oscar che fanno da protagonisti alla serie, ogni elemento in Five Came Back guarda, strizza l’occhio e grida al Cinema, quello con la C maiuscola che forse in molti tendono a snobbare (anche per via dello stesso Netflix). E riesce in tutto questo con estrema semplicità e sicurezza, andando a raccontare due storie parallele (in realtà una+cinque) senza mai perdersi in se stessa o nella ridondanza, ma anzi arricchendo il racconto con curiosità, divertimenti, approfondimenti e passioni che sfiorano il cinema per raggiungere la guerra, al contempo sfiorando la guerra per toccare nel profondo il cuore del cinema. Insomma, un prodotto da non perdere, che difficilmente vi farà annoiare – e che anzi, molto probabilmente andrà a rimpolpare la vostra watchlist con molti titoli davvero interessanti. Ma se dopo tutte queste premesse ancora non vi foste convinti ad accedere al vostro account, abbandonare questo articolo e buttarvi a capofitto nella visione, sappiate che c’è in aggiunta per voi un regalo direttamente dal portafoglio Netflix: la maggior parte dei documentari di guerra realizzati dai 5 registi nel corso degli anni e presentati più volte durante la serie, sono disponibili nel voluminoso catalogo della piattaforma streaming.
Se aveste ancora delle riserve, ecco qui il trailer:

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