In sordina: Serie Tv – Red Riding Trilogy

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Con questo articolo s’inaugura una nuova rubrica della scimmia dedicata alle serie tv —già avviata quella dedicata ai film— che si pone l’obiettivo di portare all’attenzione dei più prodotti di ottimo livello che per un motivo o per un altro sono passati in sordina. La serie che ho scelto per incominciare questo nuovo viaggio è Red Riding Trilogy una serie noir antologica britannica, adattamento del ciclo di romanzi di David Peace Red Riding Quartet, mandata in onda da Channel 4 nel marzo del 2009. Pur avendo delle ottime recensioni dappertutto, raggiungendo picchi altissimi sull’autorevole sito Rotten Tomatoes, la serie ha avuto poca risonanza a livello internazionale, approdando nel nostro paese solo nel 2013 grazie a Rai4. Per fortuna, Netflix non ha mancato di notare l’enorme qualità della serie e ha proposto nel suo vasto catalogo anche questo show. Proprio grazie all’empatico algoritmo della piattaforma statunitense mi è giunto sotto il naso questo ambizioso prodotto della Revolution Films. Prima di addentrarmi in questa avventura investigativa inglese ho fatto un giro su internet ed ho subito notato due cose: della serie se ne parla pochissimo al di fuori del mondo anglosassone e che la reazione di chi l’ha visto è di un entusiasmo coinvolgente. Rincuorato da questa positività mi sono addentrato nella visione e sono arrivato alla conclusione che ciò che mi ha lasciato questo show va oltre il semplice intrattenimento, mi ha donato una visione storica di quel periodo interessante e spunti di riflessione sui più disparati argomenti scottanti della nostra società.

Chiariamo preliminarmente che Red Riding si compone di tre film che pur avendo un’impronta antologica forse è meglio dire che la struttura è semi-antologica, poiché pur potendoli vedere separati, solo con l’intera visione della serie si avrà un quadro chiaro dell’affresco composto dai creatori. Per intenderci, Black Mirror si può vedere in ordine sparso senza danni enormi alla comprensione, Red Riding va visto in ordine, anche perché il lasso temporale rappresentato è di fondamentale importanza per capire il contesto storico. Quanto appena detto risulta evidente già dai titoli dei film: Red Riding 1974, Red Riding 1980, Red Riding 1983. Protagonista della serie, infatti, è l’Inghilterra del nord (precisamente lo Yorkshire) in un determinato periodo storico che incomincia alle porte dell’epoca thatcheriana e termina nel cuore di essa. Non so se è capitato anche a voi, a scuola, mentre studiavate Storia, di collegare determinate epoche storiche a determinate sensazioni, come ad esempio può capitare di accostare Rinascimento e sensazione di luminosità, a me capita quasi sempre e all’epoca thatcheriana ho sempre accostato sensazioni di tristezza, cupezza, ansia, grigiore, austerità, violenza, frenetica industrializzazione, in sostanza una diffusa sensazione di malessere. Della cosa ho avuto conferma da numerosi film britannici e anche da questa serie, che dipinge esattamente come poco sopra descritto il contesto storico di riferimento. La trasposizione di tale periodo è il più fedele possibile, segno che i fatti raccontati sono importanti ma la Storia di più, nel senso che senza il riferimento a quella Inghilterra i fatti sarebbero un po’ svuotati di senso. Quindi è naturale che in alcune scene si trovino scritte sui muri come: “fanculo gli argentini” (riferimento alla guerra delle Falkland/Malvine) o “fanculo IRA” (riferimento alla lotta tra il governo inglese e la cellula terroristica irlandese). L’affresco storico non viene abbandonato neppure nel delineare i casi di cronaca nera descritti dalla serie che sono ispirati a fatti realmente accaduti (con anche immagini di repertorio), ciò si nota fortemente soprattutto nel secondo film, ove fa da sfondo alle vicende raccontate il caso dello Squartatore dello Yorkshire (1975-1981).

L’ispirazione storica viene accompagnata da una resa visiva potente, talmente tanto da lasciare spesso alle immagini il già ottimo approfondimento della psicologia dei personaggi. I tre registi che hanno lavorato ai film, Julian Jarrold, James Marsh (Project NimLa teoria del tutto) e Anand Tucker pongono in essere un lavoro lineare che dona alla serie una coerenza visiva di sottofondo. La regia è caratterizzata da scene offuscate, oblique, escheriane, con numerosi primi piani, contrasti tra edilizia residenziale e industriale e tante scene che giocano con la rifrazione della luce grazie all’uso di vetrate, specchi che sdoppiano le immagini dei personaggi quasi a dimostrarne la doppia natura, poiché idea filosofica della serie è anche quella che sostiene che la morale a volte dipende anche dal contesto in cui ci si muove, spesso ciò che è sbagliato può essere giusto se posto in un’altra prospettiva. Inoltre, c’è un’attenzione maniacale per i dettagli, che, come detto, funge spesso da spiegazione psicologica dei personaggi, e quindi si vedono spesso scene dettagliate di sigarette che si accendono, di mani che si intrecciano, di sguardi e reazioni agli avvenimenti.

Tutto è reso ancora più intenso dalla fotografia, che punta a una esposizione dualista, ove il giorno è luminoso e ampio ma coperto quasi come se volesse preparare alla notte che è sempre claustrofobica come se si vivesse in una cella e non in Inghilterra, neppure la presenza improvvisa di fortissime luci artificiali mitiga questa sensazione di chiuso. La fotografia degli interni rende le scene del giorno scarne, scialbe come spesso erano le periferie britanniche dell’epoca, mentre le scene notturne seguono la direttiva degli esterni, ovvero claustrofobia, marciume, ansia e una alta dose di vulnerabilità di chi vive nella storia. La messinscena è al servizio di un’altra idea concettuale alla base della serie, ossia che in un paese ormai marcio e violento votato solo all’arricchimento, nulla può salvarsi, tutto è corruzione, tutto è male. Anche gli eroi partono da una posizione di bassezza morale influenzati dai valori di quella società per poi faticosamente uscirne grazie ad  una redenzione conquistata con le unghie e con i denti.

La storia viene aiutata anche da un ampio cast che mette in opera un gran numero di personaggi le cui relazioni tra loro e le esperienze passate vengono proposte sotto forma di numerosi flashback, che grazie ad un sapiente montaggio porta ad una apparente confusione che poi risulterà solo un gioco della storyline, che è così solida da potersi permettere di confondere il pubblico. Il gruppo di attori è davvero conosciuto al grande pubblico, britannico e non, e se non riconoscete qualche nome non preoccupatevi, riconoscerete sicuramente le facce quando sarà. A fare da filo conduttore della vicenda è Andrew Garfield ormai entrato nella Hollywood che conta grazie ai numerosi riconoscimenti e ruoli di primo piano in pellicole come La battaglia di Hacksaw Ridge, Silence, The Social Network. Garfield interpreta il presuntuoso ma sveglio giornalista Eddie Dunford in cerca dello scoop che cambierà la sua vita. L’occasione arriva quando all’inizio del primo film (1974)  viene ritrovata una bambina brutalmente uccisa con sulle spalle cucite due ali di cigno e con inciso sul piccolo petto le parole “4 love”. Il ritrovamento darà via alle vicende che s’intrecceranno per tutti e tre i film fino alla conclusione finale, che non è altro il vero finale della storia, facendo capire che i finali dei tre film sono collegati ad un’unica rete di avvenimenti, come ho detto sopra è per questo che la definisco serie semi-antologica e che consiglio di vedere in ordine. La serie conta tra i più noti anche Sean Bean (Boromir figlio di Gondor), David Morrissey (Il Governatore di The Walking Dead), Rebecca Hall (The Prestige, Vicky Cristina Barcelona), Robert Sheehan (l’indimenticabile Nathan Young di Misfits). Inoltre, ci sono altri tantissimi attori di cui forse, come detto, non ricorderete il nome ma sicuramente le facce, come: Mark Addy, Peter Mullan, Paddy Considine (assoluto protagonista del secondo film), Jim Carter, Eddie Marsan. Le interpretazioni sono di altissimo livello coadiuvate dal contesto che rende tutto magnetico, dubitando a volte se sia la bravura degli attori o l’ambientazione a coinvolgere lo spettatore. Menzione va fatta anche per l’ottimo missaggio che alza la tensione di una storia davvero capace di colpire lo stomaco dello spettatore. Inoltre, la scelta delle canzoni per la colonna sonora contribuisce a rendere ancora più efficace la ricostruzione storica grazie a molti brani dell’epoca alternati a opere classiche (Vivaldi, Bach) che donano solennità alle scene.

Pertanto, credo che per iniziare questa nuova rubrica della Scimmia, Red Riding sia l’ideale non solo perché è davvero passata in sordina ma anche perché è davvero un prodotto d’eccellenza nel panorama noir, esaltandone le caratteristiche e andando anche oltre esse. Infine la visione concettuale e filosofica è meritevole di riflessione, resa con intelligenza e originalità. Vi consiglio quindi di farvi coinvolgere in questo dramma investigativo con tantissima attenzione, di godervi la sua intricata storia fatta di violenza, corruzione, malvagità e debolezze umane fino alla sua conclusione fatta di un sorriso di riconoscenza ed uno di liberazione, ma ove nulla ormai è accettabile, nulla è riparato.

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