Lemony Snicket – una serie di sfortunati eventi: la recensione

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“Se volevate una storia col lieto fine, quella storia è in streaming da un’altra parte”           (Lemony Snicket)

Quante serie tv sono davvero per tutta la famiglia? Ad una prima occhiata sembra che non ce ne sia nessuna che davvero possa inserirsi in un contesto familiare a trecentosessanta gradi. L’assenza di tali show forse è coadiuvata dal fatto che ai bambini, spesso, viene proposto un tipo di prodotto televisivo molto lontano dalla categoria che contraddistingue le serie tv di un certo format e una certa qualità (ovvero quelle con puntate da almeno 40 minuti e con un costo di produzione più o meno alto) a cui, negli ultimi tempi, ci hanno abituato. Se si guarda ancora più a fondo si nota che, tralasciando le sit-com, il mondo dei serial è esclusivamente a uso degli adulti, e i prodotti per ragazzi non riescono a ridurre il gap, poiché non prevedono un intrattenimento simile e piacevole anche per l’adulto che accompagna il bambino nella visione (come invece , ad esempio, accade in molte pellicole Pixar e DreamWorks).  Da quando le case di produzione hanno cambiato approccio verso il format dei serial – e ciò può risalire a date differenti, chi dice da Twin Peaks, chi da Lost – i generi delle serie si sono ampliati a dismisura, introducendo sempre più contesti, trame e mondi, ma sempre improntati ad un pubblico maggiorenne, dimenticando quello dell’infanzia e dei ragazzi che pure possono portare a idee felici e di successo. Inoltre, molti show per bambini, su tutte le sit-com come La vita secondo Jim (questa presa ad esempio perché in Italia fu prima trasmessa su Disney Channel per poi passare ad un contesto più adulto come può essere quello di Fox), hanno un impronta fin troppo adulta che finisce per annoiare i bambini e a trattenere solo i grandi, perdendo così l’identità originaria dello show e creando il problema opposto rispetto a quello descritto poc’anzi. Dinanzi all’ambiguità proposta dalle sit-com non c’è mai stato un vero e proprio bilanciamento da parte di altri tipi di format che puntassero ad uno show tv che trovasse nella famiglia il pubblico di riferimento. Neppure Once Upon Time è riuscita nell’intento, registrando tra il suo pubblico molti young adult e nostalgici dei classici Disney.

Data questa premessa, l’uscita di Lemony Snicket – una serie di sfortunati eventi ha davvero raccolto intorno a sé molta attenzione e aspettativa. Prima di tutto perché parliamo di uno tra i Best seller per ragazzi più famosi al mondo, che con cinquantacinque milioni di copie vendute ha fatto del suo autore, Lemony Snicket (pseudonimo di Daniel Handler), una star della letteratura per ragazzi. In secondo luogo l’ottima riuscita del film del 2004 con protagonista Jim Carrey ha alzato l’asticella dello show, che non solo deve eguagliare la pellicola ma deve anche superarla, dato che quest’ultima si basa solo sui primi tre libri. Tutto ciò non è passato inosservato, e l’ideatore Mark Hudis e il regista Barry Sonnefeld hanno attinto a piene mani dalle atmosfere del film beneficiando anche dei consigli dello stesso Handler in veste di produttore esecutivo e consulente artistico. Bisogna dire anche che sarebbe stato sciocco non usufruire della strada aperta dal film, data l’altissima qualità del prodotto, e ciò si può notare soprattutto per quanto riguarda la fotografia. Infatti, il direttore della fotografia della pellicola del 2004 era Emmanuel Lubezki (oscar per Gravity, Birdman e The Revenant) che contribuì tantissimo, con il suo lavoro, a creare un carattere peculiare all’intera storia.

L’atmosfera ha una forte impronta steampunk, ma come scritto dal critico cinematografico Sonia Saraiya su Variety, la serie è una “buffa dramedy gotica che potrebbe benissimo essere il risultato di ciò che accadrebbe se Wes Anderson e Tim Burton decidessero di fare una serie televisiva insieme”. Tale osservazione è assolutamente vera, basti notare la fotografia che esalta i colori pastello, tanto cari ad Anderson, bilanciata da filtri scuri e grigi che rendono l’intero contesto come una foto coloratissima rovinata e opaca, come ad esempio accade nel contrasto presente in Edward mani di forbice tra il castello di Vincent Price e la cittadina dove vive Winona Ryder. Tale impostazione visiva pervade l’intero show rendendo anche i posti molto colorati pervasi di una sinistra atmosfera o almeno minacciati da qualcosa di oscuro, dando la sensazione che dietro all’apparenza si possa nascondere una natura differente (questo è il primo insegnamento utile che la serie offre ai bambini).

L’impostazione visiva data alla serie è aiutata da uno strano modo di raccontare la vicenda, che si basa sul concetto di “drammatica ironia”. In attesa che la vediate, per comprendere questo concetto, immaginatevi vittime di sfortunati eventi, talmente allucinanti e collegati tra loro, che vi scappa un sorriso per l’assurdità dei fatti. Tale modo di raccontare la storia è fondamentale per la riuscita dello show, che senza questo fine stratagemma potrebbe suscitare ben altri tipi di sentimenti. Ad esempio, gli adulti della storia sono estremamente fastidiosi, prima di tutto perché sono tutti fondamentalmente ingenui (per non dire stupidi) e poi perché nessuno di loro sembra essere totalmente un personaggio positivo, e questo vale sia per i cattivi che per i buoni. L’uso sapiente della “drammatica ironia” permette ad ovviare il fastidio che tali personaggi potrebbero portare ricavandone abilmente un insegnamento: gli adulti non sono infallibili e spesso sono fragili. Addolcendo così il fastidio provocato allo spettatore adulto e insegnando qualcosa ai bambini (e due!).

Altro punto valorizzato dall’ uso della “drammatica ironia” è la presentazione dell’infelicissima vicenda. Sia il geniale opening (cantato da Neil Patrick Harris) che Lemony Snicket ( interpretato da un carismatico Patrick Warburton), che oltre ad essere l’autore e narratore è anche un personaggio della storia, invitano più volte a cambiare canale, poiché chi guarderà potrà trovare solo tristezza e nessun lieto fine. Il costante fatalismo che pervade l’atmosfera della serie, il triste destino dei piccoli Baudelaire, viene portato all’esasperazione da questi intelligenti espedienti che invece di portare allo sconforto totale strappano un sorriso. In fin dei conti bisogna ammettere che non si trovano spesso serie che ti invitano a cambiare canale ogni dieci minuti, inoltre Netflix ha basato l’intero lancio pubblicitario su questo espediente, basta andare sulla pagina ufficiale per rendersene conto. Ciò si rivela efficace e dona una caratteristica che resterà uno dei marchi dello show. Per farvi un’idea, ecco l’opening:

L’impostazione drammatica condita con l’ironia permette allo show di affrontare temi delicati con dolcezza e intelligenza. Questa prima stagione racconta i primi quattro libri dell’opera di Handler dedicando ad ognuno di essi due puntate. Ognuno di questi episodi presenta un problema del nostro mondo legato ai bambini, si parla delle violenze domestiche, dello sfruttamento del lavoro minorile, delle condizioni psicologiche degli orfani. Tali temi vengono affrontati con la dovuta serietà ma vestiti da un’aurea fiabesca, donando comunque una speranza ai bambini spettatori, cui la serie invita a non arrendersi davanti alle ingiustizie e ad usare tutte le proprie qualità per poter risolvere gli sfortunati eventi che capitano. Difatti, gli unici personaggi totalmente positivi di questa stagione sono i tre orfani Baudelaire, che con le loro singole qualità riescono, collaborando, a combattere per la loro libertà. Da ciò scaturisce un altro insegnamento importante, ovvero che se hai la volontà, alleati e mezzi giusti puoi affrontare qualsiasi disavventura. I mezzi giusti sono rappresentati dalle librerie, esse sono il migliore aiuto che un bambino possa trovare, infatti quando i tre piccoli orfani devono incominciare a risolvere la loro triste sorte cercano sempre una libreria, poiché “in ogni biblioteca c’è solo un libro che risponde alla domanda che brucia nella mente come un incendio”. Tale supporto è l’unica alternativa all’aiuto degli adulti, troppo distratti dalle loro fragilità e incertezze. Se mancasse anche l’aiuto delle librerie, gli orfanelli sarebbero in balia di un mondo in cui il male è evidentissimo e il bene è lento ad accorgersene.

Altra caratteristica è una diffusa presenza della violenza. Omicidi e percosse sono all’ordine del giorno, i Baudelaire sono costretti a confrontarsi con un mondo molto simile a quello reale, tanto terribile da portare il narratore Snicket a descrivere questo con tinte estremamente pessimistiche. Simile ambientazione permette al bambino e all’adulto spettatore di immedesimarsi nei personaggi pur essendo forte l’atmosfera fiabesca.

La caratterizzazione dei personaggi è uno dei punti forti della serie. Violet, Klaus e Sunny (interpretati da Mallina Weissman, Louis HynesPresley Smith) non sono presentati come semplici bambini in balia di sfortunati eventi, ma come persone che con le loro qualità possono cambiare il proprio destino. Il talento per le invenzioni di Violet, l’immensa cultura di Klaus e la precoce intelligenza (aiutata da fortissimi dentini) di Sunny permettono agli orfani di diventare una variabile determinante che può cambiare il corso degli eventi. La forza dei bambini permette loro di affrontare le insidie del Conte Olaf (che vuole adottarli per impadronirsi della loro immensa fortuna ereditata dai genitori) con coraggio e determinazione. Tale caratteristica dei bambini protagonisti aggiunge alla funzione pedagogica dello show un aspetto fondamentale: che tu sia bambino o adulto potrai sempre contare sulle tue forze e di quelle dei tuoi cari.

Analizzata la struttura della serie e la sua funzione pedagogica bisogna soffermarsi sulle prove attoriali, che rappresentano un altro punto di forza dello show. Pur dovendo reggere un confronto importante, Neil Patrick Harris porta sul piccolo schermo un ottimo e istrionico Conte Olaf (con performance canore davvero divertenti) onorando il confronto con Jim Carrey pur non avendo la stessa abile mimica facciale. Medesimo discorso va fatto per Alfre Woodard nei panni della ex “grintosa e formidabilezia Josephine, ormai paurosa e paranoica, che regge il confronto con Meryl Streep degnamente. Anche  K. Todd Freeman nei panni del banchiere delle “Finanze truffaldine”, Sig. Arthur Poe, mette in campo un’ottima performance regalando un personaggio più incisivo rispetto a quello portato sul grande schermo da Timothy Spall (Codaliscia di Harry Potter). Ottima la prova di Caterine O’Hara, che nel film interpretava il giudice Strauss, mentre nella serie ricopre il ruolo della  Dr. Georgina Orwell cattivissima alleata e ex fiamma del Conte Olaf. Degne di nota anche le prove di Joan Cusack, molto più adatta nel ruolo del giudice Strauss rispetto a Caterine O’Hara, data la sua predisposizione a ruoli di donne dolci e stralunate; di Don Johnson e Rhys Darby che portano nella serie personaggi non trattati nel film (che ricopre solo i primi tre libri, mentre le ultime due puntate della stagione si dedicano al quarto); e di Aasif Mandvi nei panni dell’erpetologo zio Monty. Infine, il già citato Patrick Warburton (Lemony Snicket) fa dimenticare il suo corrispettivo cinematografico, interpretato da Jude Law, donando alla serie un ottimo narratore e un romantico personaggio, afflitto dalla perdita della sua cara Beatrice e impegnato a chiarire la storia sfortunata dei piccoli Baudelaire. Per quanto riguarda le prove attoriali dei tre bambini, bisogna dire che è di buon livello e tra i tre Louis Hynes (Klaus) è quello che spicca maggiormente, mentre Malina Weissman (Violet) pur non dispiacendo, spesso pecca d’espressività. La piccola Presley Smith (Sunny), spesso aggiunta con la tecnica del CGI, regala momenti comici e delicati con i suoi commenti incomprensibili ma acuti, ma essendo davvero piccola non si può parlare di vera e propria performance attoriale. Meritano menzione anche gli attori che compongono l’inquietante banda del Conte Olaf, che oltre ad essere grotteschi, regalano innumerevoli gag che alleggeriscono i tragici avvenimenti.

Tutto ciò che ho descritto è condito da un uso sapiente del CGI, che permette di ricreare un mondo davvero singolare, che probabilmente è il vero marchio della serie, ovvero quello che lo fa riconoscere tra migliaia di prodotti fantasy.

Come si può notare, ho preferito non soffermarmi troppo sulla descrizione della trama, poiché una sua trattazione rovinerebbe un po’la visione di chi vuole avvicinarsi alla serie. Mi basta dire che la trama è affascinante, per niente scontata e abbastanza intricata. Inoltre faccio presente che la serie beneficia anche della presenza degli attori Will Arnett e Cobie Smulders (Robin di HMYM) di cui non svelerò i personaggi perché in realtà non l’ho capito neanche io poiché la serie vuole così.

Lemony Snicket – una serie di sfortunati eventi, quindi, ha finalmente portato nel mondo delle serie il formato “per tutta la famiglia” di cui ci chiedevamo l’esistenza all’inizio di questo articolo. Ha tutte le qualità per diventare un vero cult del genere e lo consiglio a tutti i genitori che amano guardare programmi con i loro figli, poiché l’intrattenimento è assicurato e la funzione pedagogica è davvero di altissimo livello.

In conclusione, voglio riportare l’insegnamento più importante che questa serie può dare ai bambini, ovvero quello di avere coraggio anche dinanzi alle più tristi circostanze. Per citare la mamma dei piccoli Baudelaire: ” fai prima la cosa paurosa e                                                abbi paura dopo”.

 

 

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